COME VA A PEZZI IL TEMPO

di e con Alessandra Crocco e Alessandro Miele

produzione Progetto Demoni

Co - produzione Capotrave / Kilowatt, Infinito srl

Lo spettatore entra in una casa abbandonata da poco. Ogni cosa è ancora al suo posto e il tempo sembra essersi fermato. Il silenzio amplifica il distacco tra i il visitatore e un luogo ancora muto. Ma quella casa è stata vissuta ed è carica di segni che a poco a poco iniziano a parlare. Dal silenzio riaffiorano ricordi, momenti differenti, legati eppure distanti. Le porte, le stanze, gli oggetti, gli odori raccontano una storia, evocano le persone che hanno abitato quel luogo, le chiamano a ripetere scene già vissute.

“Le case non conservano fantasmi ma trattengono gli effetti degli ultimi gesti di vita.” (Elena Ferrante)

E’ una storia ridotta in pezzi, come la memoria di una vita, come un sogno ripercorso con la mente al risveglio. E’ l’ultimo canto di un luogo prima che il tempo lo faccia lentamente decadere.

“Le cose belle giungono a un certo punto e poi cadono e svaniscono, esalando memorie mentre si distruggono”.

(Francis Scott Fitzgerald)

Lo spettatore viene condotto dentro la storia, attraversando le stanze e nello stesso tempo le vite di chi le ha abitate, testimone discreto dell'eco di un passato che risuona ancora una volta. Tenuto sul limite tra mondo reale e mondo immaginario, potrà quasi toccare i due perso-naggi ma non intervenire perché tutto e già accaduto. Vedrà i due rincorrersi, incontrarsi e separarsi nelle diverse stanze e infine lasciare l’appartamento per sempre. Il visitatore si ritroverà quindi di nuovo solo, nel silenzio irreale della casa inanimata eppure ormai familiare. Il distacco provato all’ingresso cederà il passo alla sensazione che si prova quando si abbandona un luogo pieno di ricordi.

“Come va a pezzi il tempo” è un ritorno ai luoghi non teatrali che erano stati al centro di “Demoni-frammenti”, il nostro primo progetto. Di questa modalità di lavoro ci interessa la vicinanza tra attori e spettatori e la ricerca di una recitazione fatta di piccole sfumature, quasi cinematografica. In “Demoni-Frammenti” avevamo estratto da Dostoevskij tre episodi che venivano pro-grammati in giorni diversi, offrendo allo spettatore un appuntamento quotidiano con i per-sonaggi del romanzo. In “Come va a pezzi il tempo” invece proviamo a riunire i frammenti di una storia in un unico piano sequenza considerando l’occhio dello spettatore come l’obiettivo di una telecamera.

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demoni - frammenti

DEMONI - FRAMMENTI sono brevi performance per uno o pochi spettatori ambientate in luoghi non teatrali. Dense, irriducibili, dirette, intime, portano lo spettatore al cuore di un avvenimento. In pochi minuti si dissolvono le linee di confine (attore/personaggio, spettatore/personaggio, realtà/finzione) per permettere allo spettatore di vivere, in un presente sospeso, un incontro capace di lasciare il segno.

Gallery spettacoli

Gallery luoghi

Sospendete la vostra incredulità, mettete in stand-by il mondo intero ed entrate. I frammenti sono echi nostalgici di un romanzo finito da tempo. Pezzi di una storia tradita lo stretto necessario. Momenti "in cui a un tratto, come nel fuoco di una lente, si concentra tutta l'essenza della vita: tutto il passato, tutto il presente e, magari, tutto l'avvenire".

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La sfida è superare la propria menzogna, arrivare al cuore, afferrare e mostrare qualcosa di sfuggente ma vivo. Il fuoco è sui personaggi, schiacciati per metà sotto il peso di un'idea, continuamente divorati da un demone. Dostoevskij è la guida.

"Risvegliandoci dai suoi libri sentiamo che egli ha appena toccato qualche punto segreto che appartiene alla nostra vera vita" (André Gide).

lost generation

di e con Alessandra Crocco e Alessandro Miele

luci Angelo Piccinni

assistente Giovanni De Monte

grafica Marco Smacchia

Con il sostegno di Kilowatt Festival

La drammaturgia si nutre della biografia e del mondo poetico dello scrittore ameri-cano Francis Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda, protagonisti di successo della “lost generation” degli anni ’20.

Insieme passano da una festa all'altra nel clima di spensieratezza dell'Età del jazz fino alla grande crisi del '29 che coincide con l'inizio della schizofrenia di Zelda, la depressione di Scott e la crisi del loro matrimonio. Alla fine lui muore di cuore a 44 anni, lei nell'incendio dell'ospedale in cui era ricoverata.

Li rievochiamo in scena come due presenze evanescenti per raccontare la storia di un fallimento. L’età dell’oro è lontana, forse non è mai esistita, è solo un’invenzione.

Come noi trentenni di oggi, Scott e Zelda hanno vissuto il benessere di un’epoca incosciente e si sono ritrovati adulti tra le macerie di una crisi. Resta la disillusione, il vuoto e lo sforzo disperato per rialzarsi.

"...cercò di sezionare la storia in piccoli frammenti per poterla immagazzinare e comprese che la qualità di una vita in generale può essere diversa dai singoli frammenti e che a 40 anni la vita si può osservare solo frammento per frammento."

(Francis Scott Fitzgerald)

Per la costruzione dello spettacolo ci siamo ispirati al collage, tecnica artistica che comincia ad affermarsi proprio agli inizi del Novecento. Come Fitzgerald nei suoi taccuini, abbiamo fatto collezione di momenti ritagliandoli da diari, lettere, romanzi e racconti di Scott e Zelda. Mescolandoli e incollandoli in scena, ci siamo ritrovati a confondere la biografia con la rielaborazione artistica del romanziere e le intuizioni della sua sorprendente moglie. In scena si avvicendano con la velocità dei ruggenti anni ’20 alcuni momenti della loro giovinezza spensierata. Il boom economico prospettava possibilità infinite e sembrava che nessuno avesse il diritto di fallire. Ma nella velocità e negli eccessi vanno dissipandosi le energie migliori di un’intera generazione e Scott e Zelda si ritrovano ad affrontare gli anni bui della Grande Depressione. Il collage assume forme più inquietanti e distorte per raccontare il crollo di una Nazione, di una donna devastata dalla schizofrenia, di uno scrittore in crisi che per nove anni scrive e riscrive lo stesso romanzo. Come un piatto crepato le loro vite sono incrinate per sempre

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L'ultimo valzer di Zelda

Di e con Alessandra Crocco e Alessandro Miele

L'ultimo valzer di Zelda è un adattamento per luoghi non teatrali dello spettacolo Lost Generation. Attraverso lettere e stralci di racconti e romanzi, ricostruiamo in scena la storia dei coniugi Fitzgerald alla ricerca di un cortocircuito tra la loro epoca e il presente.

“L’ultimo valzer di Zelda” alterna momenti di narrazione ad alcuni pezzi agiti dello spettacolo “Lost generation”.

L’allestimento è essenziale e può adattarsi a diversi spazi.

Clicca qui per leggere la scheda di Lost Generation

fine di un romanzo

Di Alessandra Crocco e Alessandro Miele

Con Alessandra Crocco, Giovanni De Monte, Rita Felicetti, Alessandro Miele, Maria Rosaria Ponzetta.

Luci Angelo Piccinni

Suoni Daniela Diurisi

In coproduzione con Fondazione Campania dei Festival. Con il sostegno di Cantieri Teatrali Koreja, Kilowatt Festival e Masseria Protocaos.

FINE DI UN ROMANZO è quel che resta de "I demoni" di Dostoevskij. Il romanzo è andato in frantumi. Solo alcuni momenti continuano a risuonare. Sono universali perché umani, ci parlano perché ci riguardano. Rivelano gli eterni inciampi e i nodi irrisolti del vivere. Raccontano un mondo in cui i mediocri sguazzano nel fango e i puri soccombono. "Guardatele arrampicarsi, queste agili scimmie! Si arrampicano una sull'altra e così una trascina l'altra nel fango e nell'abisso. Vogliono arrivare tutte al trono: è la loro follia. Come se sul trono fosse assisa la felicità! Spesso sul trono è assiso il fango. Anzi, spesso anche il trono sta sul fango". (Nietzsche)

In scena cinque figure impantanate nel fango. Sono vite finite ormai da tempo ma condannate a ripetersi fino all'esaurimento. Procedono per salti inseguendo ricordi che si fanno sempre più confusi, folli e grotteschi. Alcune di loro, ultima eco di un mondo mitico, tornano a brillare solo a tratti e riescono a sussurrare appena qualche parola. Altre invece continuano ad affaccendarsi in un fantomatico progetto politico che ha come unico obiettivo la distruzione. La furia nichilista di questi demonietti non accenna ad esaurirsi, anzi si adatta a ogni epoca prendendo a prestito canzonette e balli per fare nuovi proseliti. Siamo alla fine di una civiltà fatta di vuoto, frivolezza, menzogna, apparenza, mancanza di radici. "Non c'è nemmeno nulla che possa crollare... Da noi non cadranno pietre ma tutto si scioglierà in fango".
(Dostoevksij, "I demoni")

la Rivoluzione dei Libri ©

Gruppi segreti per la rieducazione degli adulti

la rivoluzione dei libri

ideazione e organizzazione Alessandra Crocco e Alessandro Miele
produzione Progetto Demoni
supporto all’organizzazione Silvia Limone
grafica Marco Smacchia
cura del suono Stefano De Ponti
grazie a Paola de’ Liguoro di Presicce, Tribunali 138, Associazione Nòos
per il sistema QR code si ringrazia Studio Antani

mappa rivoluzione dei libri

Aprile - Luglio
Napoli Teatro Festival 2019 diretto da Ruggero Cappuccio e organizzato da Fondazione Campania dei Festival.

Essendo ormai la lettura una pratica sempre più elitaria e marginale nella nostra società, abbiamo provato a immaginare i lettori di oggi come dei veri e propri rivoluzionari, pronti a conquistare alla causa nuovi sostenitori. Sulla scia dei lettori esuli di “Fahrenheit 451” che imparavano a memoria i libri perché non andassero perduti, o delle cinquine rivoluzionarie dei “Demoni” di Dostoevskij, l’idea è quella di formare dei gruppi segreti che si riuniscono nelle case per leggere ad alta voce.

Il percorso rivoluzionario inizia con delle GIORNATE DI RECLUTAMENTO DEI RIBELLI, dei brevi laboratori teatrali condotti da Alessandro Miele e Alessandra Crocco in Istituti superiori di aree diverse della città. Le scuole coinvolte sono : Istituto superiore De Sanctis (quartiere Chiaia), Istituto a indirizzo raro Caselli (Capodimonte), Istituto Tecnico Tecnologico Marie Curie (via Argine), Liceo Giuseppe Mazzini (Vomero). Ai ribelli reclutati è quindi affidato il compito di formare PICCOLI GRUPPI DI ETA’ ETEROGENEE ma l’invito a formare gruppi segreti viene poi aperto a tutti, tramite un appello sui social.

Ogni settimana, la cellula segreta riceve dal COMITATO CENTRALE un plico contenente le istruzioni per la riunione e una selezione di testi da leggere. Missione finale: scegliere dei frammenti letterari da regalare alla città. Questi frammenti verranno trasformati in CLIP AUDIO da attori e scrittori e associati a QR CODE. I QR code saranno disseminati nella città di Napoli durante il Napoli Teatro Festival in modo da essere fruibili da tutti tramite smartphone. A conclusione della RIVOLUZIONE DEI LIBRI, Progetto Demoni proporrà tre SPETTACOLI ispirati alla letteratura, caratterizzati da modalità non convenzionali di fruizione e ambientati in luoghi non teatrali. Infine i lettori ribelli si sveleranno alla città nel corso di un INCONTRO PUBBLICO con Piergiorgio Giacché (antropologo) Stefano Laffi (ricercatore sociale), Graziano Graziani (scrittore e giornalista)

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Programma
DEMONI – FRAMMENTO 1 MARIJA 5 luglio 2019 – dalle ore 16 alle 24 – 1 spettatore alla volta, durata 10 minuti

DEMONI – FRAMMENTO 2 LIZA 6 luglio 2019 – dalle ore 16 alle 24 – 1 spettatore alla volta, durata 10 minuti

DEMONI – FRAMMENTO 3 STAVROGIN 7 luglio 2019 – dalle ore 19 alle 22 – 10 spettatori alla volta, durata 10 minuti
Napoli
Palazzo de’ Liguoro di Presicce

9 e 10 luglio 2019 dalle 18.00 alle 22.00
Napoli
Associazione culturale Tribunali 138
COME VA A PEZZI IL TEMPO

12 luglio 2019 ore 18.00
Napoli
Palazzo Venezia A’ MBASCIATA
INCONTRO PUBBLICO “LA RIVOLUZIONE DEI LIBRI”
Con i lettori ribelli e con Piergiorgio Giacché (antropologo), Stefano Laffi (ricercatore sociale), Graziano Graziani (scrittore e giornalista).
a seguire
L’ULTIMO VALZER DI ZELDA
ore 21.00
durata 1 ora
produzione Progetto Demoni
di e con Alessandra Crocco e Alessandro Miele

la rivoluzione dei libri

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la Rivoluzione dei Libri © - LECCE

mappa rivoluzione dei libri

La prima edizione de “La rivoluzione dei libri” si è svolta a Lecce tra gennaio e marzo 2018 grazie al sostengo di Lecce Città del libro 2017. Sono state coinvolte 4 scuole superiori (Liceo Classico Virgilio Redi, Istituto Tecnico Grazia Deledda, Istituto Professionale Scarambone, Istituto Tecnico e Industriale Adriano Olivetti) dove sono stati reclutati i ribelli che hanno dato vita a circa 15 gruppi di lettura intergenerazionali. Al termine delle riunioni, sono stati collocati in 17 bar di Lecce altrettanti QR code collegati a clip audio in cui attori e scrittori hanno letto i frammenti scelti dai ribelli.

Voci della rivoluzione dell’edizione del 2018: Michele Bandini, Consuelo Battiston, Elena Bucci, Nadia Casamassima, Ruggero Cappuccio, Alessandra Crocco, Gea Martire, Alessandro Miele, Antonio Pascale, Alessandro Renda.

Il 27 marzo 2018, al Teatro Paisiello, ha avuto luogo l’incontro pubblico conclusivo con la partecipazione di Piergiorgio Giacché, Stefano Laffi, Nicola Villa (Rivista Gli Asini), Lorenzo Donati (Altre Velocità) e Antonella Agnoli (assessore alla cultura del Comune di Lecce) sul tema “Crisi e lost generation”.

A seguire, lo spettacolo di Progetto Demoni “Lost generation”.

Qua trovate tutti i nostri video de "la Rivoluzione dei Libri ©"

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Francesca Giuliani

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Nel buio, un incontro. Dal fondo della scena emergono due giovani eleganti che ballano lentamente un sempre più incalzante ritmo swing. A poco a poco le luci li accendono fino a scaraventare le loro ombre sempre più ampie e tenui sui muri. Una parola esce dominante dal primo scambio di battute: Fingiamo. Inizia così Lost Generation di Progetto Demoni – visto allo spazio Vulkano all’interno della stagione di Ravenna Teatri....

PaneAcquaCulture
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Una donna e lo scrittore. New York e gli Anni Venti. Il jazz e i primi movimenti femministi. Il boom economico e il profumo del successo sempre in agguato. Poi il crollo e la crisi. Mettendo in scena le luci e le ombre di quella che fu, incastrata tra realtà e finzione, la coppia più chiacchierata d’America, Zelda e Francis Scott Fitzgerald, i due attori dipingono il chiaro scuro di un’epoca che a tratti appare come terribilmente contemporanea. In un collage narrativo fatto di attimi sentimentali strazianti affiancati a quelli che furono gli apici del successo amoroso e finanziario della coppia si susseguono i giochi tra i corpi in scena e le ombre (le luci di Angelo Piccinini) che da terra pennellano di bianco le nude pareti drammatizzano sempre più a fondo la doppiezza che vivranno i due amanti. I frammenti di queste vite si mescolano in uno spazio abitato dagli abiti che segnano i passaggi tormentati dei due “belli e dannati”. Crocco – viso angelico che fa da schermo a quegli occhi di ghiaccio che sembrano più spesso frequentare il vuoto – veste i panni di Zelda tracciandone con grande maestria quel percorso che la condurrà a una rabbiosa schizofrenia: dal rosso eccessivo degli “anni ruggenti” al tenue lilla della moglie disillusa, dal pacato grigio della crisi non solo economica alla sottoveste beige pastello che ne nasconderà il volto. Sempre elegante Alessandro Miele – rispecchiando a pieno quello che nelle cronache era descritto essere il portamento dello scrittore americano – con due cambi d’abito tinteggia di blu prima e di grigio poi il passaggio che segna la crisi “confusionaria” di Scott schiacciato tra l’amore furente e l’odio inconciliabile. In mutande si ritroveranno a un certo punto descrivendo precisamente non solo lo stato di salute della coppia ma di un paese intero, l’America del crollo del ‘29. Tre piani temporali si intersecano a tratti nello stesso istante, a tratti uno dopo l’altro: la passione e il successo, il disfacimento e i rimpianti, il disprezzo. Suggestivo il momento in cui gli attori muo-vendosi su un triangolo immaginario gestiscono nello stesso attimo un litigio furibondo, un momento di calma apparente e un quasi addio mentre la musica incalza velocizzando le entrate e le uscite da una scena all’altra. Qui le parole pronunciate restano sospese galleggiando in aria come bolle di sapone pronte a deflagrare rompendosi in soffocanti grida. “Prima l’ho uccisa e dopo l’ho baciata” canterebbe Brunori Sas. Magritte sembrano scegliere i due attori annunciando con il bacio degli Amanti quella che sarà la tragica fine dei due. Lo spazio viene lasciato al volto quasi assuefatto di Miele: piano piano l’occhio di bue si affievolisce con la voce nel buio chiamando quasi in raccolta lo spettatore e la sua attenzione con un potente monologo finale. Dei personaggi di Fitzgerald Ferdinanda Pivano scriveva che sono “evocati da accenni parchi abba-stanza da permettere alla fantasia del lettore di svilupparli a volontà con la propria immaginazione, un po’ come negli album da disegno che usavano chissà quanti anni fa, dov’era segnato soltanto il contorno e poi ciascuno doveva riempire il contorno con colori di sua scelta.” In questo teatro viene innescato lo stesso meccanismo. Non sembrano esserci i personaggi su questa scena; l’accento viene messo piuttosto sui sentimenti vissuti dai due falliti eroi di quella che venne definita l’“Età del jazz”.

Lorenzo Donati

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I due artisti del Progetto Demoni erano nel mezzo delle domande di creazione, e da loro ci siamo fatti raccontare le origini del percorso, le questioni che lo sostanziano, i riferimenti culturali dietro alla scelta di portare in scena le biografie di Francis Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda.

Blog "AltreVelocità"
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Lo scorso aprile siamo stati a Sansepolcro, al Teatro della Misericordia. In occasione di “Kilowatt tutto l'anno” e prendendo parte a un progetto di osservazione a cura di Stratatagemmi Prospettive Teatrali, abbiamo pututo incontrare Alessandra Crocco e Alessandro Miele, al lavoro attorno a Lost Generation, spettacolo che debutterà il 26 giugno 2017 al Napoli Teatro Festival. I due artisti del Progetto Demoni erano nel mezzo delle domande di creazione, e da loro ci siamo fatti raccontare le origini del percorso, le questioni che lo sostanziano, i riferimenti culturali dietro alla scelta di portare in scena le biografie di Francis Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda. Il risultato è la conversazione che segue, che crediamo abbia la qualità del “ritratto”. Crocco e Miele, residenti a Lecce, sono alla loro seconda produzione e nelle pieghe del dialogo si leggono in controluce anche alcune interrogazioni attorno alle possibilità, alle difficoltà e potenzialità di fare un teatro indipendente oggi. «Non dimenticare che nel mestiere di attore solo i primi 30 anni sono duri» Clark Gable

L'inizio del lavoro

Alessandro Miele

L'inizio parte da una fine, dalla Fine di un Romanzo, il nostro ultimo spettacolo ispirato ai Demoni di Dostoevskij. Per tanto tempo abbiamo affrontato il romanzo producendo una forma spettacolare che si dava per frammenti, episodi fruibili singolarmente o uno di seguito all'altro, poi siamo arrivati a uno spettacolo che destrutturava il romanzo, una seconda tappa che consideriamo in realtà ancora non conclusa, anche se già sappiamo che difficilmente avremo modo di riprendere il lavoro. In Lost generation torniamo ad affrontare alcuni temi che avevamo già incontrato nei Demoni: il fallimento, la caduta e il tentativo di rialzarsi che però produce uno scivolare e ricadere continui. E’ la storia dell'uomo che possiede tale tensione: da Faust a Icaro è un continuo andare alla ricerca delle Colonne d'Ercole, un mettersi alla prova spingendosi fino al fallimento. La nostra idea è portare sulla scena le vite di Francis Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda, guardando da vicino il limite dei trent'anni, uno scalino che vive anche lo stesso Novecento. Si può parlare di un'infanzia del Novecento, non proprio spensierata dato che c'è stata la Prima Guerra Mondiale, e subito dopo di un'adolescenza con il boom tipico di quell'età: l'entusiasmo, le speranze, l'idea che le forze siano illimitate.

Alessandra Crocco

Un riscontro cronologico preciso lo abbiamo trovato nelle biografie di Scott e Zelda: il loro entusiasmo di ventenni corrisponde agli anni venti, entusiasmo che entra in crisi dopo il 29, come il secolo, alla soglia dei loro trent'anni. Lei entra in clinica per schizofrenia, lui è sopraffatto dalla crisi dello scrittore a causa di vicende personali e professionali. Scriverà e riscriverà per nove anni Tenera è la notte, alla ricerca continua di quel salto in avanti. Negli anni della giovinezza la coppia è passata dall'assoluta sperimentazione alla stasi, dal fervore al fallimento, un po' come il secolo nel quale vivevano.
M - Fatto che si rispecchia anche nei romanzi. Tenera è la notte, per esempio, è la storia di un fallimento personale.

C - Nelle lettere e nelle occasioni pubbliche i due dichiareranno che negli anni ’20 si pensava di non avere il diritto di fallire, dal momento che tutte le possibilità sembravano aperte. Scott in effetti pubblica un romanzo, va a New York e diventa famoso e ricco, la stessa cosa accade a lei, con il suo desiderio di trasformare la vita in opera d'arte. Eppure dal successivo fallimento non si alzeranno più: lui morirà a poco più di quarant'anni di infarto, lei a trent’anni comincerà un calvario di ricoveri in cliniche psichiatriche e morirà proprio nell’incendio di una di queste. Eppure il tentativo di rialzarsi è costante e si nota anche come traccia nei romanzi, dove pezzi di vita e frammenti dei loro accadimenti entrano a fare parte dell'opera letteraria.

«La prova di un’intelligenza di prim’ordine sta nella capacità di avere in testa due idee opposte e di continuare lo stesso a funzionare. Perciò ad esempio uno dovrebbe essere in grado di capire che la situazione è disperata e di essere comunque determinato a cambiarla». Francis Scott Fitzgerald

M - Scott e Zelda vivevano sotto i riflettori, la loro biografia diventava romanzo, erano la coppia più famosa d'America e anche i loro litigi erano trascritti. Nel 1933 litigheranno alla presenza dello psichiatra di Zelda, mentre ogni parola veniva stenografata. Questi e altri segni biografici, insieme a romanzi e racconti, sono al centro del nostro processo di lavoro. Tornando ai trent'anni, credo che sia un'età in cui ci si pongono delle domande sulla propria vita, si traccia un primo bilancio, o almeno così a noi sta accadendo. Magari senza trovare risposte definitive e sapendo che le diverse età producono risposte diverse. Lo dico perché vorremmo presentare questi personaggi in tre fasi diverse della vita: nell'inconsapevolezza della gioventù, nella prima consapevolezza dei trentenni e in una seconda consapevolezza successiva.

La recitazione non recitazione

M - Da sempre nel nostro lavoro cerchiamo una “recitazione non recitazione”: sfondare la finzione ma da dentro la rappresentazione, facendo accadere un incontro fra chi recita e chi guarda, creando una bolla, un momento di sospensione. Ci illudiamo di fare apparire il personaggio, ma anche di farlo sparire, costruendo gradualmente dei “momenti” insieme agli spettatori, come se comandassero gli attimi, gli accadimenti e non tanto la drammaturgia, le parole, la storia e i personaggi. Il nostro è una sorta di linguaggio “tradizionale senza codici”: agiamo per sottrazione, speriamo che le nostre siano parole sospese che galleggiano. Cerchiamo di allontanarci da ogni situazione che rimanda a una rappresentazione direttamente convenzionale. I Frammenti di Dostoevskij sono nati evocando il testo: ne imparavamo quantità considerevoli, ma poi aspettavamo, attendendo la magia di un momento, facendo dei tentativi dove su alcuni testi “appoggiavamo” delle situazioni. Così abbiamo costruito dei piccoli blocchettini, come degli haiku, un grande training per arrivare a dire qualcosa di estremamente conciso.

C - Questo metodo lo abbiamo ritrovato anche in Fitzgerald, uno scrittore interessato ai frammenti, alla “follia delle quattro del pomeriggio”; alle nuche delle persone, le mani, a momenti laterali da distillare. Tenera è la notte è costruito su momenti forti, lui segnava tutto quello che gli accadeva sui suoi taccuini, aveva un modo di lavorare per illuminazioni.

M - Queste dimensioni di verità, trovate in prova e riportate in luoghi non teatrali, cosa diventano se portate in teatro, in uno spazio completamente vuoto? Adesso ci troviamo in una seconda tappa, come se fosse un secondo passo della nostra ricerca recitativa. Cerchiamo di arrivare a una verità, provandola e cercandola sulla nostra pelle, magari facendo la stessa strada che hanno percorso altri ma ritrovandola noi in prima persona.

I testi, le letture, la scrittura di scena

C - Abbiamo fatto tante letture insieme e separatamente, poi ci siamo confrontati in cerca di legami. Stiamo lavorando molto usando la tecnica del collage, unendo pezzi da diversi dai romanzi e dalle lettere, cerchiamo di stabilire delle connessioni per capire se ci torna qualcosa, in modo da conferire vita propria a frammenti diversi. Arriva poi il momento in cui i testi vengono messi alla prova sulla scena, e spesso tutto cambia completamente. È un continuo fare e disfare, ed è un collage artigianale: stampiamo, ritagliamo, usiamo lo scotch, andiamo in scena con dei papiri, spostiamo e incolliamo, poi ci dimentichiamo le connessioni che avevamo creato. Così nasce il testo.

M - Non ci interessa seguire pedissequamente le nostre idee di partenza. Mi piace chiamare il nostro metodo “scrittura di scena vincolata”. C'è uno che sta dentro e deve “vivere”, mentre l'altro da fuori codifica, fissa le battute, capisce cosa c'è nell'aria. Mettiamo a reazione tanti elementi, misuriamo l'effetto di frammenti uniti secondo logiche costruite da noi.

C - La scrittura di scena determina tutto, facciamo delle ipotesi di scrittura, ma restiamo attori, il nostro scrivere si sostanzia nel fare, nel vedere, nel fare vedere al pubblico.

M - Non vogliamo mettere in scena delle idee, ma fare funzionare la scena. Un grande drammaturgo probabilmente lavora su un'idea, mostrandola nella scrittura. Invece noi pensiamo che sia la scena a dovere cercare una vita, non il testo scritto.

M - Vorremmo raccontare la loro storia senza narrarla, ma anche il loro periodo storico. Lavoriamo su qualcosa di sospeso, che possa stare a metà fra Alessandro e Alessandra, fra Scott e Zelda, tra oggi e allora, qualcosa che vada in un senso e nell'altro, si sposti di continuo. I due personaggi erano in un qualche modo attori della loro stessa vita, e questo ci aiuta. Vivevano all'estremo, ostentando, sapevano di essere sotto i riflettori.

C - Erano simbolo di un'epoca e di una generazione intera, la Lost Generation, ma erano simbolo anche di una città, New York. Sapevano di esserlo, dichiararono di avere fatto del loro matrimonio un'opera d'arte, ragionavano sulle loro vite come strategia per tenersi in vita e per lavorare, per nutrirsi. Tutti i libri di Scott parlano indirettamente di Zelda.

M - E Fitzgerald raccontò anche un suo momento di profonda crisi. In un periodo in cui era indebolito dall’alcolismo, dai debiti, dalle preoccupazioni per la salute di Zelda, si chiuse in un albergo con una scorta di carne in scatola per non vedere nessuno e scrivere.

C - Scrisse gli articoli di Crack Up, dove racconta del crollo e di quando ci si accorge che qualcosa si è rotto ma è troppo tardi per rimediare. In quegli articoli Fitzgerald sostiene che la condizione dell'adulto senziente è infelice, restando però sempre molto autoironico.

La crisi negli anni '20 del novecento e oggi

C - Noi siamo stati adolescenti negli anni '90, dove ci erano state prospettate una serie di possibilità. Poi si è fermato tutto, anche noi in qualche modo ci sentiamo generazione perduta.

M - I riferimenti storici attuali sono il nodo sul quale stiamo sbattendo la testa. Non vogliamo “dire”, esplicitare un parallelismo fra due periodi storici divisi da cento anni di storia. Per adesso pensiamo che basti accostare lo spirito di queste fasi storiche, creando così un orizzonte comune.

C - Se i personaggi incarnano quello spirito, inteso come dinamismo e modo di porsi verso la vita, se le loro parole e i corpi ci raccontano quella tensione allora crediamo che si creeranno dei rimandi naturali che riportano all'oggi. Ma non vorremmo “spiegarli”.

M - Loro il boom lo vivevano in modo incosciente e questo lo capiranno solo in un secondo momento, dopo la crisi. Si accorgeranno che prima c'era qualcosa di sovrastimato: si sovrastimavano le forze di un paese e di un'intera generazione.

C - Fitzgerald scrive: «La mia vita era stata un'attingere a risorse che non possedevo, mi ero ipotecato spiritualmente e fisicamente fino al collo».

M - E tutto questo lo capisce dopo, dentro la crisi ci si accorge che prima si stava meglio, ma anche che si stavano sovrastimando delle forze. Dentro la crisi si pensa che le opportunità siano precluse. Non ci ricorda da vicinissimo ciò che succede nei nostri anni?

C - In My Lost City Fitzgerald parla di New York, città con diverse fasi. Tornato a New York dopo il crollo di Wall Street, sale sull'Empire State Building e scopre “l’errore della città” «Colmo di vanaglorioso orgoglio, il newyorchese era salito lassù e aveva visto sgomento ciò che non aveva mai sospettato, che la città … aveva i suoi limiti; dall’edificio più elevato, egli vedeva per la prima volta che la città si dissolveva nella campagna tutto intorno, in una distesa verde e blu che era l’unica cosa sconfinata. E con la terribile presa d’atto che New York, in fin dei conti, era un città non un universo, il magnifico castello che il newyorchese aveva eretto nella sua immaginazione crollò fragorosamente». Ritorna quindi il tema dell’uomo che cade perché prende coscienza dei suoi limiti di cui avevamo parlato all’inizio.

La verità della scena, come attori

M - Come dicevamo il nostro metodo prevede di metterci spesso nell'ottica di un occhio esterno che vede, fissa e codifica. Da dentro è difficilissimo cogliere tali momenti. Prima hai parlato di immedesimazione ma io non so cosa significhi, né che cosa sia il personaggio... se separatamente emergono l'immedesimazione, il personaggio, la vita dell'attore c'è qualcosa che non funziona. Se invece questi elementi si fondono qualcosa accade. C'è la forma e l'uscita dalla forma, ci sono i pensieri dei personaggi e quelli degli attori, c'è un dentro e un fuori costante.

C - Quando una forma prende vita di fronte allo spettatore di solito l'attore è proteso verso qualcosa di esterno, pur stando dentro una forma necessaria per non perdersi.

M - Si crea una bolla dove si è insieme, attori e spettatori. Se si prova a ricostruire “che cosa sia successo”, spesso non ci si ricorda del tutto, si capisce solo che si è andati da un'altra parte, insieme. La verità non è una questione di naturalismo, non c'entra nulla. In Lost Generation questo processo si complica, perché siamo entrambi in scena, non c'è uno che guarda e l'altro che agisce.

Iacopo Gardelli

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C’è una frase, memorabile, che Scott Fitzgerald rivolge all’appena conosciuta Zelda per convincerla a trasferirsi a New York assieme a lui: «Gli egoisti sono capaci di grandi amori». Come ogni altro paradosso, anche questo fa emergere una verità da una contraddizione....

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Amore ed egoismo sono i due poli su cui oscilla la relazione fra Scott e Zelda. Il primo, proveniente da una famiglia povera, è segnato da un arrivismo patologico, ossessionato dal demone dell’alcool e del fallimento; la seconda, vittima di un esuberante talento eclettico, incapace di definirsi e realizzarsi in modo autonomo, finirà i suoi giorni in un ospedale psichiatrico, preda della schizofrenia, male di famiglia. Lost Generation, spettacolo della compagnia Progetto Demoni che vede in scena Alessandro Miele (Scott) e Alessandra Crocco (Zelda), fa emergere tutte le contraddizioni di questa relazione paradossale, nella quale, pur dentro l’amore, nessuno dei due appartiene davvero all’altro, confermando la più classica regola ovidiana: ego nec sine te nec tecum vivere possum. I movimenti di scena dei due attori sanciscono questa distanza nervosa e tormentata. I contatti fra i due sono centellinati: i loro corpi si inseguono percorrendo geometrie precise, direzionati dall’ottimo disegno luci di Angelo Piccinni. Ballano spigolosi il jazz dei Roaring Twenties (una selezione musicale che potrebbe tuttavia essere migliorata, unica pecca dello spettacolo), jazz che suona beffardo come una spensierata premonizione del disastro del ’29; ma ognuno danza a suo modo, nella sua bolla (immagine che tornerà più volte nel testo), senza accordarsi all’altro, senza cercarlo. È lo stesso intreccio ad impedire che la narrazione armonizzi i due personaggi: lo spettacolo è montato in quadri che si avvicendano a ritmo serrato, in continui slittamenti temporali. Accade così che l’ipotesi di un avvicinamento venga interrotta dalla raffigurazione di un litigio successivo: in ogni scena sta il germe della conclusione tragica. Addirittura il quadro iniziale, che dovrebbe rappresentare l’inizio dell’idillio, suona sinistro e incerto, recitato com’è nel buio totale. Ma sono soprattutto le parole del testo, che è stato cucito dagli stessi attori montando assieme fonti più disparate (lettere, passi di romanzi, stenografie di dialoghi veramente avvenuti) a svelare questo strano agonismo di coppia. Scott e Zelda non dialogano: si parlano sopra. Non sanno coordinare le loro parole se non in brevi monologhi interrotti. Il loro sguardo è più spesso rivolto al pubblico che non negli occhi dell’altro. Non sembrano conoscere il tono dell’affetto: la recitazione si muove su due registri, la calma catatonica e l’urlo disarticolato, che si avvicendando senza soluzione di continuità, come a presagire la tragedia psichiatrica del loro amore. Ed è così che, partendo da quel paradosso iniziale, Lost Generation offre allo spettatore la chiave per capire questa relazione, fra le più interessanti del primo Novecento americano: ognuno cerca nell’altro uno specchio per vedere meglio se stesso. Amore ed egoismo, entrambi sinceri, si confondono, si rafforzano, si alimentano. Sul foglio di sala, gli autori sottolineano le analogie fra questa lost generation e i 30enni di oggi: in entrambi i casi, dopo una giovinezza di benessere, si è varcata la soglia della maturità in coincidenza con una tremenda crisi economica. «Siamo invecchiati in un colpo solo», confessa Scott alla sua compagna. Ma, andando più a fondo nell’analogia, mi pare che si possa trovare un altro tratto in comune fra queste due generazioni, perdute all’inizio di due secoli diversi: l’egoismo. Lo stesso egoismo che innerva la storia d’amore fra Scott e Zelda si ripercuote sulla loro visione del mondo. Il talento è un bene privato, non va condiviso con gli altri; è finalizzato al guadagno. Il sogno di Scott e Zelda è quello di diventare “la coppia più invidiata di America”. Il mondo è a servizio del talento narrativo di Fitzgerald, mai il contrario. E se Zelda non si pone mai il problema degli altri, dimostrando così di avere un’anima pura nel suo ingenuo egotismo, Scott tradisce la sua umanissima cattiva coscienza quando si accorge, ormai troppo tardi, dopo la crisi economica, che il suo lavoro dipende da quello degli altri, e che lavoro significa dignità e non solo successo o ricchezza. Alcuni tratti, mutatis mutandis, di questo esasperante individualismo, si può trovare nelle giovani generazioni colpite dalla grande recessione del 2008: pensare agli altri, meglio, pensare con gli altri, è una prospettiva ormai remota. Lo spettacolo si chiude con un’immagine commuovente: prima che scompaia per sempre nella malattia, Scott bacia Zelda. È un bacio di addio, che prelude al suo magnifico monologo finale, imperniato sulla frase che chiude l’esperienza di ogni coppia: «Com’è che non ci amiamo più?». Un bacio che il pubblico può solo immaginare, perché avviene a viso coperto. Come se, anche nel momento più intimo, i due fossero ciechi l’uno all’altro. La scena mi ha ricordato uno dei più inquietanti quadri di Magritte, Les Amants. Sono andato a controllare: è stato dipinto nel 1928, sul ciglio del disastro. Un bacio d’addio alla spensieratezza di due amanti egoisti.

Mailè Orsi

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Dopo un breve periodo di residenza, Progetto Demoni presenta a Sansepolcro, nell’ambito della stagione di Kilowatt tutto l’anno, un primo studio di Lost generation, spettacolo dedicato alla vita di Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda.

Persinsala Teatro
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Questo primo studio di Lost generation ha un appeal molto forte e mostra già diversi caratteri interessanti: un testo che fa sentire tutto il suo valore (è composto di citazioni dai romanzi di Fitzgerald, che a loro volta riflettevano il vissuto e le lettere della coppia, e che è sempre significativo, mai banale); il racconto dell’evoluzione della storia d’amore di una coppia speciale, per sogni, intelligenza e sensibilità; i temi toccati, che sono pregnanti e intensi (visioni di vita, il confronto col tempo che passa e con le scelte fatte, il tormento della responsabilità). La struttura procede per macro blocchi di scene, in cui la situazione è mostrata sempre al suo culmine emotivo, procedendo quindi, in un certo senso, per blocchi di emozioni. Per fare un esempio, nella scena della discussione urlata, si percepisce rabbia pura, senza altro sottotesto che la rabbia stessa. Le musiche hanno la funzione di contestualizzare senza troppa invadenza i vari quadri, soprattutto da un punto di vista di tempo e di atmosfera (gli anni ’20). (…) Molto affascinante la sequenza delle “scene vaganti”, in cui a zone differenti della scena corrispondono situazioni e temperature emotive diverse: i due attori che si muovono da un punto all’altro si trasformano nei protagonisti che inseguono, letteralmente, le tappe della loro storia – e le inseguono con fatica, come in una specie di gioco/tortura.

Andrea Porcheddu

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Un ultimo piccolo, incoraggiante segnale da Lecce: Demoni-Frammenti, che Alessandro Miele e Alessandra Crocco hanno elaborato dall'opera di Dostoevskij, estrapolandone piccoli tasselli, per uno spettatore alla volta. Frammenti minimi, diretti, intimi, immediati...

Blog "L'onesto Jago – Linkiesta"
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Un ultimo piccolo, incoraggiante segnale da Lecce: Demoni-Frammenti, che Alessandro Miele e Alessandra Crocco hanno elaborato dall'opera di Dostoevskij, estrapolandone piccoli tasselli, per uno spettatore alla volta. Frammenti minimi, diretti, intimi, immediati. Ho visto solo il primo di questi, Marija, nella bellissima cornice di Palazzo Tamborrino-Cezzi. Una stanza illuminata dalla luce fioca di una candela: lei, seduta, aspetta, poi ti parla, guardandoti senza vederti. È un incontro, è un ritorno, è un abisso: in un istante precipiti nella situazione, fatta di colpa, mancanza, delusione. Poi lei ti guarda: e basta uno sguardo come quello, struggente, per dirsi addio.

Rodolfo Sacchettini

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Gli interni dei palazzi storici, spesso sconosciuti o inaccessibili, presentano sorprese meravigliose, soprattutto quando si respira l'aria del tempo e sembra, attraversando una porta, di entrare nei secoli passati. Le ampie scalinate del Palazzo Candiotti a Foligno e del Palazzo Ginnasi Ghetti a Faenza rendono l'entrata e l'uscita come un'ascesa o uno sprofondamento interiori...

Altre Velocità
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Gli interni dei palazzi storici, spesso sconosciuti o inaccessibili, presentano sorprese meravigliose, soprattutto quando si respira l'aria del tempo e sembra, attraversando una porta, di entrare nei secoli passati. Le ampie scalinate del Palazzo Candiotti a Foligno e del Palazzo Ginnasi Ghetti a Faenza rendono l'entrata e l'uscita come un'ascesa o uno sprofondamento interiori. Poi ci sono le parole e i personaggi di Dostoevskij, talmente distillati da suonare semplici e da far vibrare archetipi letterari legati all'abbandono, al tradimento all'amore. Poi c'è un'attrice molto brava, e accade così di essere trapassati da uno sguardo e allo stesso tempo di poter osservare per pochi interminabili minuti le sfumature di un'anima, come accade nelle pagine dei grandi romanzi russi. E infine ci siamo noi (tu, io…), il pubblico, in entrambi i casi invitato a partecipare uno per volta, da soli, guardando e ascoltando non da spettatori, ma da personaggi; anche noi precipitati improvvisamente dentro la storia.

Tommaso Chimenti

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Dai Demoni di Dostoevskij, Alessandro Miele e Alessandra Crocco traggono tre cupi "Frammenti", spezzoni minimalisti, cinque minuti l'uno per uno spettatore alla volta. Un rituale bene assestato di attese fino a giungere nelle sale dove prima Marija, poi Liza e infine l'impantanato Stavrogin si confrontano con durezza e disillusione...

Il fatto quotidiano.
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Dai Demoni di Dostoevskij, Alessandro Miele e Alessandra Crocco traggono tre cupi "Frammenti", spezzoni minimalisti, cinque minuti l'uno per uno spettatore alla volta. Un rituale bene assestato di attese fino a giungere nelle sale dove prima Marija, poi Liza e infine l'impantanato Stavrogin si confrontano con durezza e disillusione. L'incontro vis a vis inquieta, solo la luce di una candela con la Crocco lugubre e orgogliosa, tenera e terribile, dolce e feroce, accogliente e cinica ora sensuale o materna tra tappeti e divani ottocenteschi, mentre nell'ultimo Miele balla nel fango dall'odore pungente di ammoniaca "Passenger" di Iggy Pop: "Sono il viaggiatore tra i bassifondi delle città".

Paola Teresa Grassi

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Un esserci inedito che mi riconcilia col teatro e i suoi tempi. Un teatro raffinato, che custodisce nell'anima i tempi della letteratura. In quei pochi minuti vivo infatti un tempo che trascende oltre misura il momento presente. Lei parla e poi mi parla. Sussurra un canto. Senza preavviso i suoi occhi incontrano i miei. L'incontro d'anime narra di un risentimento e di un allontanamento che è di entrambe...

Krapp's Last Post.
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(...) Un esserci inedito che mi riconcilia col teatro e i suoi tempi. Un teatro raffinato, che custodisce nell'anima i tempi della letteratura. In quei pochi minuti vivo infatti un tempo che trascende oltre misura il momento presente. Lei parla e poi mi parla. Sussurra un canto. Senza preavviso i suoi occhi incontrano i miei. L'incontro d'anime narra di un risentimento e di un allontanamento che è di entrambe (...) Esco da questo primo appuntamento felice e non vedo l'ora di incontrare Liza. Il rifiuto che definiva il primo frammento cede qui il posto alla sensualità, che però è anch'essa abbandonica, come nel riflesso di un abito nero nella coda di un pianoforte (…) La paralisi di sofferenza che definisce il corpo nel primo momento diviene lento approssimarsi nel secondo per esplodere in un frenetico movimento nell'ultimo di tre. Il terzo frammento interrompe l'incantesimo della connessione duale per aprirsi ad una più canonica platea. Entriamo in dieci nell'ormai familiare palazzo. E con il consueto 'esprit d'admiration' saliamo le ampie scale. In lontananza udiamo la voce di Iggy Pop. Ed entrando è Nikolaij che incontriamo. Indemoniato quasi, mentre rincorre il ritmo di "The Passenger".

Nicoletta Lupia

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In questo frammento, come nei successivi, si entra e si esce continuamente dalle funzioni classiche della fruizione: attorialità, spett-at(t)orialità, narrazione e dramma si confondono negli occhi-mondo di Marija, nella sua voce pacata e ferma, nella sua fissità eloquente. Le funzioni si tendono, come una corda sulla quale l'attrice cammina consapevole e noi andiamo a tentoni. Così, il testo di Dostoevskij – rimontato in una drammaturgia monologante e analitica – aggredisce e inquieta, senza mai traboccare in eccesso, misurato, crea contrappunti intimi, non superficiali, convince e, sfruttando la logica della serialità, incuriosisce.

Il tamburo di Kattrin
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(…) Quanto segue è un attraversamento dei corridoi, dalla bellezza straordinariamente decadente, del Palazzo Tamborino Cezzi dove gli attori hanno ambientato le azioni e le vite dei protagonisti del movimento tripartito. Frammento #1 / (lo sguardo di) Marija Una tensione palpabile tra lo spettatore e la sua guida. Uno sguardo furtivo al giardino interno. Qualche certezza e alcune intuizioni. Si sa che lo spettacolo sarà strutturato in un rapporto di uno-a-uno – "Non dovrai fare niente, solo sederti e ascoltare", spiega Alessandro Miele all'ingresso. Si sa che non durerà più di dieci minuti e che è parte di uno studio che proseguirà nei due giorni seguenti. Si intuisce, invece, una frontalità ravvicinata tra attore e spettatore, forse invasiva. "Prego", l'attore invita lo spettatore a entrare in una stanza, sedersi su un pouf e conoscere Marija. Per quanto si possa amare Dostoevskij e si possa aver ipotizzato quanto sta per accadere, il senso di estraneità è forte e confermato da un buio disorientante. La guida scompare, si intravede una luce sottile e si procede, orientati dal suono di un canto lontano. Appare Marija, un'assenza, più che una presenza. Ci riconosce, ci guarda, ci parla. È descrittiva, riflessiva. Gli occhi grandi sono velati di una dolcissima follia. Lo spettatore sostiene lo sguardo, lei non ha paura di nulla: non è a noi che parla o pensa, ma al suo Nikolaj. La distanza ravvicinata diventa la cornice impalpabile della sua vendetta tutta verbale, aggressiva ma proferita nell'impossibilità del compimento. Intanto, nella stanza buia, lo sguardo si abitua, gli occhi di lei si rivelano di un azzurro torbido e, dopo un mutamento repentino di inflessione, ci intimano di lasciarla. In questo frammento, come nei successivi, si entra e si esce continuamente dalle funzioni classiche della fruizione: attorialità, spett-at(t)orialità, narrazione e dramma si confondono negli occhi-mondo di Marija, nella sua voce pacata e ferma, nella sua fissità eloquente. Le funzioni si tendono, come una corda sulla quale l'attrice cammina consapevole e noi andiamo a tentoni. Così, il testo di Dostoevskij – rimontato in una drammaturgia monologante e analitica – aggredisce e inquieta, senza mai traboccare in eccesso, misurato, crea contrappunti intimi, non superficiali, convince e, sfruttando la logica della serialità, incuriosisce. Frammento #2 / (il passo di) Liza Liza è spavalda. Come Marija sfida lo sguardo e intimidisce, ma ha una sicurezza leggera e mascolina, provocatoria e sensuale. Il Palazzo che ci ospita è lo stesso del primo episodio, il percorso nei suoi corridoi è diverso, ma vede uno spettatore più avvertito, che sa quanto succederà e si muove spedito, consapevole e parte del gioco creato per lui. "Grazie per essere tornata", esordisce Alessandro Miele, alludendo a un'implicita complicità. La sera prima, in quegli stessi spazi, c'è stata una festa, ci racconta l'attore, e Liza ha passato la notte con Nikolaj. "Tu sei Nikolaj. Non dovrai fare altro che sederti e aspettare". L'azione dell'ascolto del primo movimento diventa ora un'azione di attesa che, per quanto ne sappiamo, potrebbe risolversi in un tempo silenzioso e solitario. La stanza è bellissima: una libreria, un pianoforte a coda, credenze a perimetrare gli angoli, due specchi, la porta di ingresso alle nostre spalle. Liza appare riflessa in uno specchio, insinuandosi nella coda dell'occhio distratto. Incede verso di noi e ci parla con il chiaro intento di non farci mai dimenticare chi siamo: ancora una volta, Nikolaj, il suo demone, colui che vorrebbe trascinarla in un posto tetro, nella passività di una vita indolente. Ma Liza è frivola e dà la percezione di volteggiarci intorno con le parole, pur rimanendo ferma, piedi nudi e sguardo vivo di ragazza. Di nuovo un addio che ha il sapore della rivalsa: l'attrice circumnaviga di 180 gradi la poltrona sulla quale siamo pietrificati ed esce, come un'ombra, come se niente fosse. Proviamo una discreta pena per il personaggio che siamo stati chiamati a interpretare, per questo mostro passivo e indifferente. I due attori sono abilissimi nel rendere una delle caratteristiche principali del protagonista dostoevskiano attraverso il coinvolgimento – reso passivo dall'ascolto prima e dall'attesa poi – dello spettatore. Nikolaj siamo noi, anche se siamo una donna, o viviamo nel XXI secolo. Anche quando vorremmo reagire. Frammento #3 / (l'odore di) Nicolai Nikolaj è un odore che intossica, un'acquaragia corrosiva. È sporco di terra, si dimena in una danza scomposta, faticosa, pesante. Affonda i piedi nella terra bagnata e, infine, parla, volutamente mono-tono e scandendo con lunghe pause il suo racconto, a marcare l'eleganza del male. Questa volta siamo in dieci, disposti in due file, definitivamente frontali, e assistiamo alla narrazione immobile e, sempre, come indifferente, dell'orrore compiuto su una giovane – sedotta e, infine, istigata al suicidio. Nikolaj ci fa partecipi di un passaggio esistenziale: la presa di coscienza di un nichilismo negativo, lo stesso che ha fatto di Marija e Liza delle vittime. Infine, il personaggio ci congeda, impositivo, come se, fino a quel momento, ci avesse deliberatamente permesso di spiare e ora fosse stanco anche di noi, oltre che di se stesso.

vittorio zollo

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Marija, Liza e Stavrogin sono vivi ma cercare di toccarli è impossibile, sono loro che toccano, pungono, attaccano e colpiscono. Nella decadenza di quest'epoca, il fango nel quale si muove Stavrogin è come sabbie mobili, metafora di una società che inesorabilmente, sta ingoiando ciò che resta di noi. Teatro vero quello proposto da Alessandra Crocco e Alessandro Miele con "Progetto Demoni – Frammenti". Un teatro che ci fa tremare nel silenzio, nel timore di quell'assenza di rumore, che spesso ci mette davanti ai nostri demoni. Esperienza unica, fioritura (forse la più bella e interessante) del componimento "Benevento Città Spettacolo".

Il vaglio
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"Frammento #1 Marija", interpretata da Alessandra Crocco, realizzato al club 900.Introdotti in limbo tra la realtà materiale e le pagine di Dostoevskij, l'invito è a dimenticare o quantomeno a lasciare fuori le angosce della propria realtà materiale e psichica per poter così scendere sottoterra, in cantina, dove ti aspetta lei, Marija, che con lo sguardo perso nell'immensità del buio, canticchia una melodia seduta su una sedia, con la luce timida di una candela che le illumina il viso. Poi si volta, "sei tornato" dice, e da quel momento l'ipnosi è totale, il rapimento è condiviso e l'abbandono è uno scambio reciproco. Lei, abbandonata da te, delusa e addolorata, tu abbandonato a lei, sorpreso e svuotato. 7 minuti per crollare divorato da un senso di colpa tanto irrazionale quanto reale, sconvolto dalla situazione e dalle sue parole, fino al momento finale,"Vattene… Vattene…" … Un addio segnato dai suoi occhi e dalle lacrime sulle sue guance. "Frammento #2 Liza", interpretata da Alessandra Crocco, realizzato a Palazzo Paolo V.L'incontro questa volta non avviene nel sottosuolo bensì in una delle sale ai piani alti del Palazzo. Lo spettatore, invitato a calarsi nei panni di Stavrogin (il protagonista dei Demoni di Dostoevskij) attraversa i corridoi ed entra all'interno di una stanza poco illuminata, si siede ed attende. Da una porta lasciata semiaperta entra Liza, è l'alba. La donna, dopo aver trascorso la notte con Stavrogin, cammina a passo lento e, con movimenti sinuosi e placidi, si arresta al centro della stanza. Parla di lei, di ciò che è appena accaduto. Appare serena ma è con rassegnazione che si confessa, vuole andare a Mosca. Tutto è ovattato e in pochi attimi crollano i confini tra reale e non vero. Quando Liza esce dalla stanza, nuovamente il senso di colpa, si presenta come conto da pagare. "Frammento #3 Stavrogin", interpretato da Alessandro Miele, realizzato anch'esso a Palazzo Paolo V, è l'atto finale. Questa volta gli spettatori non sono da soli ma divisi in gruppi da dieci e la durata dell'incontro aumenta da sette a dieci minuti.Dopo l'attesa in uno dei corridoi del palazzo, le note e la ritmica di "The Passenger", introducono in uno spazio reso claustrofobico da teli di plastica che ricoprono pareti e pavimento. In fondo alla sala un uomo, salta e si dimena a piedi nudi nel fango sversato come rifiuti su una metà del pavimento della stanza. E' Stavrogin. La musica si placa, lui si ferma e con affanno comincia a parlare. E' la confessione finale del protagonista del romanzo (si trova in appendice) e ti sconvolge totalmente. Stavrogin fissa ad uno ad uno gli spettatori, colpendoli con le sue parole, shockandoli con il suo racconto. I tre incontri non possono unirsi tra di loro, sono unici così come le storie dei personaggi. Marija, Liza e Stavrogin sono vivi ma cercare di toccarli è impossibile, sono loro che toccano, pungono, attaccano e colpiscono. Nella decadenza di quest'epoca, il fango nel quale si muove Stavrogin è come sabbie mobili, metafora di una società che inesorabilmente, sta ingoiando ciò che resta di noi. Teatro vero quello proposto da Alessandra Crocco e Alessandro Miele con "Progetto Demoni – Frammenti". Un teatro che ci fa tremare nel silenzio, nel timore di quell'assenza di rumore, che spesso ci mette davanti ai nostri demoni. Esperienza unica, fioritura (forse la più bella e interessante) del componimento "Benevento Città Spettacolo".

Stefania Sarrubba

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Il turbinio di passioni e illusioni dei giovani artisti della generazione perduta, prende corpo in un frenetico atto unico in scena a Palazzo Reale per la sezione Osservatorio del Napoli Teatro Festival Italia.

Quarta Parete Press
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Zelda e Scott, Scott e Zelda. Le due metà dell’insieme più controverso e affascinante del Novecento, la coppia più invidiata d’America, ma anche quella che è finita col soccombere a un destino avverso. I Fitzgerald sono parte di quella Lost Generation che dà il titolo all’opera di e con Alessandra Crocco e Alessandro Miele, in scena in data unica (ieri 26 giugno) nella bella cornice del Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale nell’ambito del Napoli Teatro Festival. In due a reggere bene l’insolito palco, gli attori attraversano a ritmo di swing e jazz le diverse fasi della loro storia d’amore e dei Roaring Twenties, quei ruggenti anni Venti che culmineranno con la crisi del ’29 a spezzare l’incanto di un benessere apparentemente senza fine. (…)
I cambi d’abito repentini e il suggestivo, frenetico disegno luci di Angelo Piccinni contribuiscono a creare un senso di inarrestabilità ineluttabile. (…) “Gli egoisti sono capaci di grandi amori” dirà a un certo punto Scott. Un apparente controsenso che rivela l’intensità quasi aggressiva con cui i due si amano e che li porterà all’asfissia. Zelda e Scott sono vittime di quel dare e pretendere amore e devozione fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo sorso di veleno che i due si passano nell’ultimo bacio magrittiano, nascosti al mondo da un velo sottile.

Survival Kit 2019: la svolta

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Una coppia di attori che sta compiendo una ricerca sulle dinamiche universali dell’amore, del sentimento, della convivenza, muovendosi tra Dostoevskij e Fitzgerald, scrivendo drammaturgie originali con un abile lavoro di sottrazione e recitandole con disinvolta essenzialità.

Altre Velocità
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Ogni anno, dal 2014, costruiamo il nostro kit di sopravvivenza. A rileggere le edizioni precedenti siamo rimasti colpiti. Abbiamo scelto bene. E infatti, nonostante tutto, siamo vivi e ancora non sogniamo pecore elettriche. Guardiamo e agiamo in questa realtà drammaticamente scissa e schizofrenica. Quando proviamo a scrivere un racconto unitario, questo si trasforma in una matassa inestricabile. Che fare? Noi proviamo a tirare qualche filo, a sbrogliare almeno una piccola parte di questo caos danzante, e a portarcelo dietro nel nostro kit di sopravvivenza per affrontare al meglio il 2019, l’anno della svolta (ma verso dove?).

Progetto Demoni
Una coppia di artisti che entra in abitazioni private, edifici in disuso e luoghi sperduti, se ne appropria e vi realizza non spettacoli, ma scene vissute come se fossero davvero accadute lì, e che riescono a parlare a tutti nel proprio intimo. Una coppia di attori che sta compiendo una ricerca sulle dinamiche universali dell’amore, del sentimento, della convivenza, muovendosi tra Dostoevskij e Fitzgerald, scrivendo drammaturgie originali con un abile lavoro di sottrazione e recitandole con disinvolta essenzialità. Il teatro di Progetto Demoni, portato avanti con appassionata dedizione, ha pochi eguali nell’attuale scena italiana: un percorso promettente e fresco da seguire.

Tommaso Chimenti

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Impauriti e incerti, caracollanti e perfettamente muti, si apre davanti a noi quel “Come va a pezzi il tempo” (Progetto Demoni) che pian piano ci toccherà tutti (portando qualcuno alla commozione), sospensione tra le varie stanze di questa casa minima dove una coppia ha percorso ed esaurito il suo sciame di sentimenti e vertigini

Recensito
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Entriamo dunque, sparuti (siamo in quattro), un po' spauriti, titubanti, quasi trafugatori di tombe etrusche, travisatori di segreti egizi, traditori di relazioni private, dentro un'abitazione angusta. Già il viaggio ha spessore e densità: camminiamo senza sapere la strada, guidati dai mocassini decisi del nostro accompagnatore che ancora non sappiamo se sarà Caronte o Virgilio. L'attimo teatrale è sospeso, siamo corpi alla ricerca di storie. Ecco la vita che bussa, che si fa strada, che apre porte e portoni, suona citofoni, sale le scale irte. Impauriti e incerti, caracollanti e perfettamente muti, si apre davanti a noi quel “Come va a pezzi il tempo” (Progetto Demoni) che pian piano ci toccherà tutti (portando qualcuno alla commozione), sospensione tra le varie stanze di questa casa minima dove una coppia ha percorso ed esaurito il suo sciame di sentimenti e vertigini, passando dall'euforia del “per sempre”, allo stallo dell'ormai, alla noia del purtroppo, alla rovina insopportabile della presenza dell'altro. Come ospiti indesiderati che ascoltano, a metà tra il sogno e la rievocazione, vediamo gli spiriti che s'affacciano, le presenze che si fanno carne ed ossa dei due un tempo innamorati e adesso haters violenti l'un l'altro. “Questa è la mia casa e questi sono i miei ricordi”, ci dice lei (l'espressiva, invitante e suadente Alessandra Crocco, che adesso fulmina, ora liscia); siamo nel suo spazio, a morsicare il suo tempo che fa riemergere con l'ago e filo della memoria, con l'amo da pesca sul fondale dei sedimenti della vita. Per impostazione e costruzione ci hanno ricordato gli appassionanti Cuocolo/Bosetti. L'insoddisfazione e la frustrazione la puoi sentire sulla pelle, fa quasi male, punge come vespa. E siamo ancor più voyeur quando da una stanza vediamo frammenti di corpi e sentiamo parole, ma senza vederne le espressioni facciali, muoversi e agitarsi nel vano accanto attraverso un'apertura. Il mistero è spesso, pesante. Da una parte le ambizioni fallite, i sogni azzoppati, questa claustrofobia che tutto azzera e soffoca: “Quello che mi piace di più di questa casa è quello che c'è fuori”, sta tutto qui. Tutto si rimpicciolisce, tipo Gulliver o come in Alice, si rimpiccolisce il futuro, il domani, le prospettive, l'amore, il rispetto per l'altro e per se stesso. La depressione è caustica, la sconfitta ha vinto, la solitudine ci accompagna, la disperazione esulta: è un finale di partita dove ogni mossa è impossibile e insostenibile, dove nessuno può più vincere.

Michele Pascarella

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Un sacco di buone idee, un gusto per l’invenzione dal sapore enigmistico, spostamenti millimetrici che cambiano il senso di tutta la storia (come poi accade nella vita, anche se ogni tanto ce ne scordiamo). E poi precisione e tecnica: un serio, artigianale, rispettoso e rispettabile lavoro d’attore. Merce rara, di cui si sente ogni giorno di più la mancanza. In Come va a pezzi il tempo, in sintesi, c’è in abbondanza ciò che in teoria dovrebbe esserci sempre, quando si va a teatro: il teatro.

Gagarin Orbite Culturali
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È una precisissima macchina della nostalgia, la nuova opera di e con Alessandra Crocco e Alessandro Miele presentata in prima assoluta a San Sepolcro all’interno di una vecchia abitazione privata. Alcune note, pensando a Gesualdo Bufalino. «“Perduta per timidezza l’occasione di morire, uno scrittore infelice decide di curarsi scrivendo un libro felice. Ne chiede l’argomento, secondo l’uso, ai cento occhi della memoria e ai solluccheri di gioventù. Sennonché, più il racconto va avanti, e si trucca di fiabe, e formicola di luminarie, più lascia varchi fra le righe al soffio del nero presente. Non resta allo scrittore che differire sine die la salute, pago d’aver cavato dall’avventura qualche momentanea lusinga ad amare l’inverosimile vita…”. Partire da questa ipotesi. Poi si vedrà che succede»: sembrano aver tenuto affianco la Locandina delle intenzioni posta in apertura di Argo il cieco di Gesualdo Bufalino, i fondatori e anime di Progetto Demoni Alessandra Crocco e Alessandro Miele nel concepire Come va a pezzi il tempo, spettacolo presentato a soli 4 spettatori alla volta all’interno di un’abitazione privata di San Sepolcro in prima assoluta per l’edizione 2018 di Kilowatt Festival. Lui e lei, una casa. Temi: la coppia. La casa. Il disfacimento della coppia. Il disfacimento della casa. Detta così, ingredienti buoni per qualunque Harmony, non varrebbe parlarne. Quel che fa la differenza, qui, è il teatro. Un sacco di buone idee, un gusto per l’invenzione dal sapore enigmistico, spostamenti millimetrici che cambiano il senso di tutta la storia (come poi accade nella vita, anche se ogni tanto ce ne scordiamo). E poi precisione e tecnica: un serio, artigianale, rispettoso e rispettabile lavoro d’attore. Merce rara, di cui si sente ogni giorno di più la mancanza. In Come va a pezzi il tempo, in sintesi, c’è in abbondanza ciò che in teoria dovrebbe esserci sempre, quando si va a teatro: il teatro. Due figure dialogano. Raccontano. Mugugnano. Si commuovono. Sembrano senza posa domandarsi, e domandarci, come direbbe Woody Allen «se un ricordo è qualche cosa che abbiamo o che abbiamo perduto». Sono due ossimori: vivi e fantasmatici, desideranti e rassegnati, vicini e discosti. Interagiscono in e con uno spazio (l’appartamento al centro di Sansepolcro, appunto) che lungi dall’essere neutro contenitore di parole e azioni diviene elemento pienamente significante. Non ci si potrebbe immaginare lo spettacolo in un luogo altro: ecco la magia del teatro, ecco la maestria di chi lo sa fare. La fabula oscilla, con precisa destrezza, tra l’ineludibile “qui e ora” della (rap)presentazione e la condizione, propriamente surreale, nella quale ciò di cui resta traccia nella memoria non si sa se sia o meno un prodotto dell’immaginazione, o del ricordo. Non si pensi a fumosi concettualismi: Come va a pezzi il tempo è uno spettacolo di robusto teatro d’attore, con un impianto tradizionalmente testocentrico e un copione costruito anche a partire da autori e stimoli letterari diversi, a cui il Progetto Demoni (nomen omen) attinge fin dalla propria fondazione, avvenuta nel 2012. Come va a pezzi il tempo è macchina della nostalgia, che come si sa nell’etimo è dolore del ritorno. A proposito: a noi ha fatto venire in mente il nostro canuto, ironico e affatto pingue professore di Estetica all’Università di Bologna. State a sentire: Alexander Gottlieb Baumgarten, nel 1735, in un suo breve trattato ragiona sulle idee, distinguendole tra noetà (quelle “pensate”) e aisthetà (quelle “sentite”), a loro volta suddivise in sensualia (le sensazioni percepite col corpo, qui e ora) e phantasmata (le “sensazioni assenti”, di cui resta traccia nella memoria o che sono prodotte dall’immaginazione). Ed è proprio lì nel mezzo, nello iato tra sensualia e phantasmata(tra il qui e l’altrove, potremmo dire), che si colloca Come va a pezzi il tempo, uno spettacolo che fa del confondere (nel senso etimologico di “versare” un elemento nell’altro) spinte opposte la sua cifra più preziosa: presentazione e rappresentazione, tempo presente e tempo passato. Qui e ora e qui e allora, appunto. Come va a pezzi il tempo è commovente, nel senso etimologico che fa muovere insieme, nelle diverse stanze della casa, al suono della struggente Serenata cantata da Beniamino Gigli nel ’26, chi fa e chi guarda lo spettacolo, o meglio: lo testimonia. Solo a tratti, e con grazia, siamo chiamati ad essere interlocutori diretti del dire, o piuttosto del vivere, dei due personaggi: «maschere alterne, in altalena perpetua fra abbandono e impostura, sfogo ingenuo e farnetico astuto» si potrebbe sintetizzare per stare ancore un attimo in compagnia del Maestro Bufalino. Un chiarimento: ciò che risulta maggiormente toccante, finanche commovente, in questo spettacolo, non è il facile rispecchiamento dal sapore autobiografico-psicologico che i temi trattati potrebbero provocare (si piange perché si è vissuta una storia d’amore e convivenza poi terminata, e lo spettacolo la fa ricordare) quanto, almeno per noi, la solidamente visionaria precisione del dispositivo teatrale, cioè della lingua scenica che è posta in essere. Il minuscolo spostamento di una sedia o della direzione verso cui una figura agisce. Il bianco di una camicia. Una mano sul giradischi. La consistenza materica di un teatro che torna ad essere, come nell’etimo, luogo dello sguardo. E della visione.

Alex Giuzio

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Un teatro che scava nell’intimo e lì rimane, parlandoci direttamente e profondamente e proprio per questo facendosi universale. Una cifra stilistica pienamente raggiunta non solo grazie alla modalità di scrittura in sottrazione, ma anche per lo studio dei luoghi che Progetto Demoni porta avanti da anni, con amorevole cura e appassionata dedizione.

Altre Velocità
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«Provate a pensare a un ricordo qualsiasi, e questo sarà banale». In un’abitazione angusta, una giovane ragazza pronuncia questa frase guardandoci negli occhi. Poi è lei a evocare i suoi ricordi ad alta voce. Come va a pezzi il tempo di Progetto Demoni, spettacolo ideato al Kilowatt Festival 2018 per quattro spettatori alla volta, si svolge in un’antica abitazione privata, poche piccole stanze nelle quali una coppia ha vissuto l’inizio e la fine del suo amore. Chi sono? Come si chiamano? Da dove vengono? Non importa. Gli attori Alessandra Crocco e Alessandro Miele appaiono come due fantasmi, indossando abiti e mettendo un vinile di sottofondo che ci portano subito agli anni ’60. Si rincorrono, si baciano, si amano. Lei è la narratrice che scivola tra i piani della realtà, prima raccontandoci e poi rivivendo il ricordo stesso; lui è una presenza lontana che emerge a intermittenza per incarnare gli episodi via via evocati. La storia, raccontata per frammenti e facendo camminare il ristretto pubblico fra le stanze per assistere alle scene, è quella di una coppia che non vuole essere come tutte le altre ma che è come tante altre, quelle che anelano a essere “diverse”: lui vuole fare lo scrittore ma ottiene solo rifiuti e fallimenti, lei gli sta al fianco sacrificando la sua vita («Cosa faccio io? Non ha importanza»), e noi assistiamo all’idillio, alle tensioni, ai litigi e infine allo sgretolarsi dell’amore. È la banalità del quotidiano e della coppia nella sua essenza, spogliata del contesto e filtrata da ogni ornamento, che a tratti riesce a essere tenera ma che è per lo più agghiacciante, arida e spassionata. Crocco e Miele la recitano senza artifici, con dialoghi asciutti e con gesti studiati ed essenziali, articolati in un’abile drammaturgia che riesce a evocarci l’universalità del fallimento amoroso: una vita che si ripete, che soffoca dentro un piccolo appartamento, che non va da nessuna parte. Si apparecchia la tavola e non si cena, si versa il caffè e non si beve; lui fa lo scrittore ma non lo riesce a fare, lei non fa niente ma esorta lui a fare di più: stranezze e contraddizioni di due individui che si sentono diversi e che invece incarnano le dinamiche più classiche e banali della convivenza amorosa. È la banalità appunto, quella evocata dalla ragazza alla sua apparizione in scena, che contraddistingue qualsiasi ricordo: il flusso in cui ci fa scivolare Progetto Demoni lo sentiamo quindi vicino per empatia, ci provoca angoscia e inquietudine perché vi riconosciamo la mediocrità della loro (e della nostra) vita, ci fa pensare che la fiamma di quel sentimento è forse destinata per sua natura a spegnersi quando entra nel consueto, anche se ci illudiamo che possa essere eterna. L’amore è un fallimento? La diversità è un fallimento? Cosa resta allora da fare? Queste le domande che ci portiamo dietro, uscendo muti da quelle piccole stanze dopo il buio e doloroso finale.

Con questo spettacolo Crocco e Miele, coppia di attori campani migrati a Lecce, fanno un passo ulteriore nel loro percorso di ricerca sulle dinamiche e sul significato della coppia: se il precedente lavoro Lost generation era un’opera frontale che si ispirava a una vera biografia – quella tormentata di Zelda e Francis Scott Fitzgerald – in Come va a pezzi il tempo i due attori-autori riescono a creare una storia universale partendo dal piccolo, dal banale, dal quotidiano (e sempre con Fitzgerald che continua anche qui a ispirare Progetto Demoni: il momento teso in cui l’aspirante scrittore impersonato da Miele pronuncia un drammatico elenco delle banalità della sua vita è una diretta citazione del romanziere statunitense che, nei suoi momenti di maggiore depressione, redigeva lunghe liste di qualsiasi cosa). C’è poi un altro grande merito di Come va a pezzi il tempo, che sta nella modalità con cui lo spettacolo si mostra: entriamo nell’intimità di una coppia e subito ci riconosciamo in essa, senza essere chiamati a interagire con gli attori – come di solito avviene in questi lavori site specific per pochi spettatori alla volta – ma piuttosto come degli intrusi che spiano qualcosa che è già accaduto e sempre accadrà, dunque è inutile essere chiamati a interferire. Un teatro che scava nell’intimo e lì rimane, parlandoci direttamente e profondamente e proprio per questo facendosi universale. Una cifra stilistica pienamente raggiunta non solo grazie alla modalità di scrittura in sottrazione, ma anche per lo studio dei luoghi che Progetto Demoni porta avanti da anni, con amorevole cura e appassionata dedizione. Una pratica che ha pochi eguali nell’attuale panorama teatrale italiano e che porta la compagnia a creare non spettacoli, ma scene vissute come se fossero davvero lì accadute e che riescono a parlare a tutti con semplicità.

Renata Savo

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Ci sentiamo l’uno e l’altro, riconoscendoci e rispecchiandoci in una storia semplice che parla di vita, di noi, delle insormontabili difficoltà che incontriamo quando i desideri e le aspettative dell’altro non combaciano con i nostri sentimenti.

Scene Contemporanee
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Sul crinale di un autunno che ancora non si è portato via il ricordo di un’estate intensa, i passi tra le mura di una casa vuota sono come una madeleine di proustiana memoria.

«Come va a pezzi il tempo» è il titolo, suggestivo, di uno spettacolo visto al Kilowatt Festival di Sansepolcro, nella provincia di Arezzo; (…) Come va a pezzi il tempo, dicevamo: una performance per quattro spettatori alla volta, raffinata, dal sapore nostalgico, a tratti persino dolorosa per quanto umana e vera, di Alessandra Crocco e di Alessandro Miele, in arte Progetto Demoni. Al centro, la disgregazione di una relazione di coppia. Lui è uno scrittore, forse non troppo talentuoso o forse soltanto molto poco fortunato; lei, una donna innamorata e con un progetto di vita insieme da coronare, magari in una casa più grande e accogliente per il futuro. Il tutto si svolge all’interno di un’abitazione privata, in questo luogo reale, intimo, nido costruito con amore ma anche prigione dove entriamo in forte empatia con i due personaggi, vicini fisicamente ed emotivamente. Ci sentiamo l’uno e l’altro, riconoscendoci e rispecchiandoci in una storia semplice che parla di vita, di noi, delle insormontabili difficoltà che incontriamo quando i desideri e le aspettative dell’altro non combaciano con i nostri sentimenti. Come in una sequenza a episodi cinematografica (vengono in mente, celeberrime, quelle di Citizen Kane di Orson Welles) Crocco e Miele appaiono e scompaiono tra i muri delle stanze, attraverso un montaggio che scandisce il tempo che scorre addosso all’incompatibilità non risolta, e non risolvibile, tra i due individui. A volte possiamo seguire la coppia e confonderci con loro tra il passato e il presente, gettando i nostri occhi invadenti su un letto sfatto, troppo grande e troppo vuoto, dove la donna si distende pensierosa, fondendosi con lo spazio intorno, nella nostalgia della luce naturale che l’accarezza.

Andrea Zangari

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In Come va a pezzi il tempo rinunciate ad un referente esterno, qual I demoni o la biografia di Francis e Zelda Scott Fitzgerald dei vostri precedenti lavori. Punti di partenza, da cui poi procedevate giungendo ben lontani da risultati “illustrativi”, ma che comunque costituivano un dato materiale, un ancoramento a riferimenti cui anche il pubblico poteva rifarsi. Cosa vi ha portato a rinunciare a queste fondamenta? E che risultati ha prodotto?

Scene Contemporanee
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Da domani venerdì 5 a domenica 7 aprile, per cinque repliche giornaliere e per cinque spettatori alla volta (info qui), all’interno di un’abitazione privata va in scena a Salerno nell’ambito della quarta edizione della stagione Mutaverso Teatro “Come va a pezzi il tempo” del duo Progetto Demoni composto da Alessandra Crocco e Alessandro Miele; salernitana la prima, nato a Pompei il secondo, ed entrambi residenti a Lecce e con all’attivo progetti sparsi sul territorio nazionale. Lo spettacolo ha debuttato durante la scorsa edizione di Kilowatt Festival di Sansepolcro (AR) [recensito tra le nostre pagine] e Salerno sarà la sua seconda tappa, prima di proseguire la sua tournée. Lo spettatore entra in una casa abbandonata da poco, dove ogni cosa è ancora al suo posto e il tempo sembra essersi fermato. Dal silenzio riaffiorano ricordi, che tessono le fila di una storia d’amore fotografata nel suo graduale declino, ridotta in pezzi, come un sogno ripercorso con la mente al risveglio. Il distacco provato all’ingresso cederà il passo alla sensazione che si prova quando si abbandona un luogo pieno di ricordi. Ne parliamo con i due autori e interpreti. In Come va a pezzi il tempo rinunciate ad un referente esterno, qual I demoni o la biografia di Francis e Zelda Scott Fitzgerald dei vostri precedenti lavori. Punti di partenza, da cui poi procedevate giungendo ben lontani da risultati “illustrativi”, ma che comunque costituivano un dato materiale, un ancoramento a riferimenti cui anche il pubblico poteva rifarsi. Cosa vi ha portato a rinunciare a queste fondamenta? E che risultati ha prodotto? L’idea alla base di Come va a pezzi il tempo nasce proprio dal luogo in cui è ambientato lo spettacolo. Volevamo raccontare la sensazione che si prova entrando in una casa che è stata abbandonata da poco. Non c’è più nessuno, ma le stanze e gli oggetti portano i segni delle vite di chi l’ha abitata. I ricordi di ognuno di noi sono fortemente legati alla casa, soprattutto se vi abbiamo trascorso molto tempo. Il meccanismo del ricordo ci sorprende, a volte viene attivato da un oggetto insignificante e fa riaffiorare flash, frammenti anche banali. Nella casa viviamo momenti felici, consolidiamo delle abitudini che all’inizio ci fanno sentire sicuri ma che con l’andare del tempo possono diventare opprimenti. A partire da questa suggestione legata al luogo, abbiamo cercato anche in questo caso dei riferimenti letterari. Solo che questa volta il materiale trovato è stato utilizzato più come nutrimento per le nostre improvvisazioni. È stato naturale orientarsi verso scrittori che hanno raccontato la dimensione di coppia, quindi sicuramente ancora Fitzgerald, che tanto ha sviscerato il rapporto amoroso, anche grazie alle intuizioni di sua moglie Zelda. E poi abbiamo attinto da Revolutionary Road di Richard Yates. Anche lì la casa all’inizio è un traguardo per i giovani protagonisti e poi diventa una prigione, un luogo da cui scappare per ritrovare la felicità. Ci è sembrato chiaro fin dal principio che la quotidianità che volevamo narrare, per diventare credibile e universale agli occhi degli spettatori, non poteva attingere direttamente a un’opera letteraria. Dovevamo partire dai luoghi, dalle situazioni, da momenti universali e iconici della vita di una casa, e di una coppia. La creazione è avvenuta seguendo due linee parallele, quella dell’ideazione a tavolino e quella della scrittura scenica. E quest’ultima è quella che nei nostri lavori prevale sempre, guida sempre la scena, lo spettacolo. Il testo è al servizio della scena e può essere anche stravolto o tradito. Rispetto a Lost Generation in cui avevamo come riferimento una coppia mitica come quella dei Fitzgerald, qui abbiamo avuto modo di esplorare un altro aspetto dello stesso tema, più intimo e quotidiano. Come va a pezzi il tempo va in scena fra le mura domestiche, per pochi spettatori, in più repliche ravvicinate. In che modo la presenza di un pubblico tanto vicino, così esiguo da poter riconoscerne e memorizzare la presenza fisica, influenza il modo e il senso della prassi scenica? Lo spettacolo ha una struttura che procede indipendentemente dal pubblico. Gli spettatori non sono chiamati a interagire o a cambiare la storia. Molti pensano che uno spettacolo per pochi spettatori debba essere per forza interattivo. A noi invece questa strada per il momento non interessa. Cerchiamo piuttosto di immergere lo spettatore dentro la storia in modo da spingerlo ad essere il più possibile presente insieme a noi. In Demoni – Frammenti lo spettatore era quasi parte del racconto: le figure di Dostoevskij parlavano a lui come a un altro personaggio del romanzo. Qui invece lo spettatore è chiamato a essere testimone di una storia che gli scorre davanti, ad assistere al dipanarsi di ricordi di altre vite che si ripetono per lui. Anche in questo caso abbiamo costruito dei brevi frammenti di una storia, dei momenti chiave, dei cuori. Dal punto di vista del lavoro d’attore la recitazione è essenziale, ridotta all’osso. Cerchiamo di stare insieme al pubblico appoggiandoci su delle atmosfere e ricreare una bolla magica, uno scivolamento altrove. Quindi, nonostante gli spettacoli siano ambientati in luoghi domestici, non c’è niente di naturalistico nella recitazione. Se l’abitare è un’invariante antropologica (e per alcuni filosofica), è anche vero che la casa, scena dell’abitare, varia di latitudine in latitudine. Faenza, Sansepolcro, Lecce, ora Salerno. Site-specific è una parola chiave del vostro lavoro? Considerata l’unicità di ogni casa, in che misura ricostruite la performance di volta in volta? Come scegliete il luogo per la messinscena? Per alcuni lavori, site-specific è di sicuro una parola chiave. Non è una regola, ma guida spesso il nostro modo di lavorare. Questo avviene anche perché i luoghi in cui abbiamo provato in passato gli spettacoli erano spazi non teatrali: palazzi nobiliari, vecchie stanze, case. Lavorando molto sulla scrittura di scena, sull’improvvisazione, sull’ascolto delle atmosfere e dei luoghi, come anche della luce e delle ore del giorno, lo spettacolo ne viene molto influenzato. Quando lo replichiamo in un’altra città la prima cosa è trovare le location giuste. Cerchiamo posti che siano adatti, non posti qualsiasi e non modifichiamo notevolmente il nostro spettacolo per adattarlo al luogo, e viceversa. Ci sembra importante trovare il luogo che sia in grado di ospitare il nostro progetto. Questo sembra sempre impossibile e difficile, invece di luoghi suggestivi ne esistono molti, basta solo fare uno sforzo per scovarli. Poi è anche vero che un pochino ti riadatti al luogo, lo vivi, lo ascolti, ti ci innesti con consapevolezza, delicatezza. Il lavoro sui luoghi è anche alla base di un progetto che abbiamo creato in Salento che si chiama Ultimi Fuochi Festival. Facciamo spettacoli all’ora del tramonto in luoghi immersi nella natura. Gli spettatori sanno quale spettacolo andranno a vedere ma non dove e vengono portati sul posto con delle navette. In questo modo vivono l’emozione di scoprire un luogo illuminato dagli ultimi fuochi del giorno e si predispongono alla visione dello spettacolo che si installa senza scenografie, nella natura. Le mura domestiche implicano non solo una riduzione volumetrica, ma anche emotiva dello spazio scenico. La scenografia (se la parola ha senso in questo caso) diventa una materia segnata, già intrisa di senso e memoria, indipendente da voi e ben diversa dallo spazio isotropo del palcoscenico. Cosa cercate in queste case d’altri, e come lo cercate? Come si sovrascrivono la vostra scrittura e quella del luogo? La scrittura del luogo diventa nostra, e la nostra storia diventa la storia del luogo. Non vogliamo ricreare noi, artificialmente, le atmosfere del luogo che scegliamo, ma riconoscerle, scovarle e lavorare in simbiosi con esse. L’appartamento in cui siamo stati in residenza e in cui ha debuttato Come va a pezzi il tempo a Kilowatt Festival ha fortemente determinato alcuni passaggi dello spettacolo. Salerno è la seconda tappa. Entreremo in un’altra casa, altrettanto speciale e siamo pronti a ricevere nuovi stimoli. Così sarà anche a Foligno dove andremo in scena la settimana prossima all’interno della stagione di Zut!. Con Mutaverso Teatro tornate nella vostra regione (e Alessandra proprio nella sua città). Inoltre nel 2017 avete già partecipato a Mutaverso Teatro. Com’è tornare a casa? Oggi siete residenti a Lecce, c’è una distanza culturale significativa fra questi due poli importanti, anche per le realtà teatrali, del Meridione? Alessandra Crocco: Tornare a casa è sempre bello, soprattutto perché ultimamente riusciamo a farlo molto raramente. Proprio per questo non riesco a fare valutazioni sulla realtà teatrale salernitana. Sono andata via a diciotto anni e da allora non ho più lavorato in città, a parte l’esperienza molto positiva con Mutaverso Teatro nel 2017. So che Vincenzo [Albano, ndr] sta facendo un bellissimo lavoro, che spero diventi sempre più necessario per gli abitanti e per la città. Poi casa ormai è anche la Puglia, soprattutto i piccoli comuni in provincia di Lecce, dove facciamo da diversi anni i laboratori. Il rapporto con i ragazzi è linfa vitale per il nostro lavoro. Alessandro Miele: Ci piace molto andare in giro. Quest’anno una volta a settimana abbiamo fatto tappa a Ravenna per guidare una non-scuola del Teatro delle Albe. Saremo attori e guide anche nel Purgatorio del Teatro delle Albe, che debutterà a Matera a metà maggio. È vero, però, che è un piacere tornare a casa. In Campania in questo periodo ci riporta anche un altro progetto, La rivoluzione dei libri, che dopo una felice prima edizione a Lecce l’anno scorso, ora è uno dei progetti speciali all’interno del Napoli Teatro Festival 2019. Stiamo formando una rete di gruppi di lettura segreti, intergenerazionali, capeggiati da adolescenti che porteranno alla creazione di una serie di percorsi sonori nella città di Napoli. A luglio ci sarà poi l’esito del progetto, con la presentazione dei nostri spettacoli e un incontro pubblico con lettori ribelli e alcuni esperti.

Silvia Limone

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“Come va a pezzi il tempo” riesce ad essere un tuffo in un tempo parallelo. Usciti, si volge lo sguardo alla finestra chiusa con il pensiero di aver immaginato ogni cosa, e si ritorna, lenti e confusi, alla propria vita.

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All’interno del programma di questa edizione del Kilowatt Festival due spettacoli sono stati presentati all’interno di abitazioni private. Partiamo da “Come va a pezzi il tempo” di Progetto Demoni, ossia Alessandra Crocco e Alessandro Miele, per una coproduzione Kilowatt. Per dieci giorni i due hanno “abitato” una piccola casa all’interno di Sansepolcro. Il loro lavoro site specific nasce da questo periodo, e da uno spazio casalingo che è necessariamente piccolo, fuori misura e quasi senza tempo. Saliamo le strette scale, quattro spettatori alla volta, e ci ritroviamo ad essere davvero spectator – oris, testimoni di una storia che non c’è più ma è vissuta fra quelle pareti. Un uomo e una donna hanno abitato qui, si sono amati, hanno sognato insieme una vita diversa, un futuro che non è stato. Nelle stanze anguste si muovono come fantasmi di un tempo finito. Noi assistiamo al loro amore, alle parole che tutte le coppie del mondo si scambiano nei momenti in cui la passione copre ogni cosa, e anche negli altri, quelli in cui non si riesce più a vedere una strada comune. E allora sono grida, pianti e addii senza ritorno. Senza accorgersene ci si ritrova con lo stomaco chiuso, gli occhi lucidi e la sensazione di voler dire ad alta voce: “Aspettate! Abbiate pazienza l’uno con l’altra, non vi arrendete ora!”. Invece scende il silenzio dopo la porta sbattuta. Un silenzio che vorresti fosse spezzato da un lieto fine che non può essere. Progetto Demoni lavora da anni su performance per pochi spettatori, momenti che vanno oltre il concetto di spettacolo, attimi che arrivano intensi al cuore, capace di lasciarsi alle spalle il proprio mondo. Ecco allora che “Come va a pezzi il tempo” riesce ad essere un tuffo in un tempo parallelo. Usciti, si volge lo sguardo alla finestra chiusa con il pensiero di aver immaginato ogni cosa, e si ritorna, lenti e confusi, alla propria vita. Cercateli in giro, questi Demoni.

Gemma Criscuoli

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Dalla gioia iniziale all’incapacità di riconoscersi, è la donna che invita a osservare da una stanza all’altra un rapporto che si sfalda, rivivendo il tormentato legame con uno scrittore in cui, la mancanza di ispirazione, diviene afasia emotiva.

Le Cronache
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Tre serate emozionali per “Come va a pezzi il tempo” di Alessandra Crocco ed Alessandro Miele, ospiti della Stagione Mutaverso, che avrebbe dovuto raddoppiare le performances per poter accogliere tutte le richieste del pubblico Di GEMMA CRISCUOLI Dove raccontare l’ostinazione della memoria, senza la quale nulla ha senso e peso? In una casa di odori e colori testardamente vivi, che possano ricondurre lo spettatore a stagioni proprie e altrui ormai lontane. Tra un grammofono, una vecchia radio, un giradischi, tavoli severi e lampade calde va in scena qualcosa che non si rassegna a morire. “Come va a pezzi il tempo” è la performance proposta da Progetto Demoni a turni di cinque spettatori alla volta in un’abitazione privata di Salerno, nell’ambito di Mutaverso, il percorso teatrale diretto da Vincenzo Albano. Sulle orme di Francis Scott Fitzgerald, si assiste a quella che potrebbe sembrare la più ordinaria delle vicende, ma l’inquietudine si annida nei gesti e negli sguardi. Dalla gioia iniziale all’incapacità di riconoscersi, è la donna che invita a osservare da una stanza all’altra un rapporto che si sfalda (Alessandra Crocco, così intensa che si ha la sensazione che i suoi occhi siano ovunque, anche quando è “fuori campo”), rivivendo il tormentato legame con uno scrittore in cui, la mancanza di ispirazione, diviene afasia emotiva (Alessandro Miele, interprete generoso come pochi). Lei è lo slancio vitale, che tra sfuriate e tenera attesa non teme di ricominciare, di sottrarsi a una dimora che è un luogo della mente, il solido ancorarsi al vissuto; lui è immobile in una storia che non prevede personaggi diversi e si lascia consumare da una crudele amarezza fino al congedo definitivo. Non ci si sottrae alla lenta tortura del tempo, al suo tornare all’infinito su se stesso che trasforma la cenere in bisogno di rifiorire. La donna ha in sé la vita di chi ha molto sperato e amato e la morte di chi non è sopravvissuta ai propri sogni. Il libro ingiallito lasciato sul letto e il telefono staccato dimostrano che ormai la casa è un reliquiario di sensazioni perdute. I ricordi però fanno strani scherzi. Scompaiono, eppure eccoli lì, a sbarrare il cammino o ad aprire nuove strade. Lei spegne le luci (non c’è più nulla da proteggere), ma siede alla scrivania dove l’amante ha tentato inutilmente di creare e dunque di vivere. Sarà forse lei a scrivere un diverso epilogo. Dove tutto si conclude, si può ricominciare, anche se “è tutto più buio/è tutto più scuro/è tutto più notte”.

Mario Di Calo

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Alessandra Crocco e Alessandro Miele hanno ridotto in frammenti il grande romanzo di Dostoevskij per ricostruirlo, pezzo a pezzo, a teatro. In sfide sceniche emotivamente potenti fra un attore e uno spettatore

Succede Oggi
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Progetto Demoni nasce nel 2012 grazie all’incontro fra Alessandra Crocco e Alessandro Miele intorno allo studio dell’omonimo romanzo di Fëdor Dostoevskij. I due attori si erano già conosciuti a Benevento a un seminario con Marco Martinelli al Festival Città Spettacolo all’epoca diretto da Ruggero Cappuccio. L’incrocio artistico diventa fruttuoso nel momento in cui viene individuato un filo conduttore, una linea guida che porterà i due percorsi individuali verso un’unica – e a lungo termine – progettualità che prevede un approfondimento a-temporale intorno ad alcuni personaggi chiave della racconto dostoevskijano, fra piegamenti nascosti de I Demoni. La prima tappa di questo studio avviene sempre grazie alla complicità e alla disponibilità di Cappuccio all’interno del Festival “Segreti d’autore” (ora diretto da Nadia Baldi) che si tiene a Serramezzana nel Cilento nel 2013 e infine a Lecce dove il gruppo risiede e lavora alla ricerca sempre di spazi non convenzionali ove proporre il risultato della loro ricerca/verifica. Quello che abbiamo visto ad Attraversamenti Multipli 2017 – rassegna curata e diretta con grande sensibilità da Alessandra Ferraro e Pako Graziani – sono il I e III frammento degli otto previsti (obiettivo che la Compagnia si è dato). In verità al Fringe Festival di Napoli 2015 c’era stato un frammento a latere che i due attori hanno usato come digressione creativa al loro punto d’arrivo dal titolo: Fine di un Romanzo. Le due particelle viste nel quartiere Quadraro di Roma alle spalle del famoso Boomerang, sono state allestiti negli spazi espositivi abitualmente usati da Garage Zero in via Treviri – un collettivo di artisti che spazia fra la fotografia e la street art – e in cui lo spettatore, uno ogni dieci minuti per una lunga tenuta, tale è la durata della performance, si immerge attraverso una intro che fa avere la percezione di ciò a cui si andrà a assistere. Un ambiente semibuio, illuminato solo da candele, e occhi sorridenti accolgono nell’oscurità. Marija aspetta da anni e anni, finalmente è giunto colui che attendeva. Lo spettatore perde la sua identità, per ritrovarne un’altra, in quel tragitto fatto in discesa. Marija, la protagonista del I frammento cerca o ha perso qualcuno, e quel qualcuno può essere rappresentato dallo spettatore? Non sono queste le domande da porsi partecipando o ancora vivendo quei pochi minuti di fronte a una testimonianza così accorata. Occhi come spilli puntati nei propri occhi, poche distillate parole, soppesate da sorrisi, infingimenti, emozioni a fior di pelle che in quella singola – fissa – particella fanno piantare la mente dell’astante in mille slanci viscerali, inserendo lo spettatore in un tessuto nuovo, quasi interagente, di percezioni. E alla risalita agli inferi qualcosa sarà cambiato in chi avrà avuto la sensibilità di parteciparvi. Sei nel mezzo del romanzo, sei il romanzo, letto e riletto. Il III frammento invece affronta il protagonista del romanzo, Stavrogin, e un episodio che lo ha particolarmente cambiato: la violenza su una minorenne la cui immagine rimarrà fissa per sempre nella mente del giovane uomo. Un cancello che stride all’ingresso fa da diaframma a questo ulteriore momento intimo fra personaggio e spettatore, accompagnati anche stavolta ma una musica precede il nostro ingresso. Terra, fango, materia contenuta in uno smisurato telo di plastica asfittico e un uomo che danza. Qui l’incontro è meno coinvolgente, ma tenta un approccio trasversale col pubblico, stavolta dieci per volta, la musica che proviene oltre le pareti trasparenti, eppure ovattate, una danza convulsa sulle note di The passenger, si interrompe e riprende, sincopata, come fosse un rito antico che rimanda a riti bacchici, un giovane uomo che espia una colpa attraverso un rituale sacro e profano al tempo stesso. Alessandra Crocco e Alessandro Miele sono interscambiabili nei percorsi interpretativi, e trasfondono passioni raramente percepite. Viene da chiedersi dopo aver assistito al lavoro di Progetto Demoni una funzionalità contemporanea del teatro, e laddove si volesse dare una valutazione obiettiva, direi che il loro lavoro, nel panorama delle nuove generazioni italiane, si inserisce a pieno titolo fra i progetti più interessanti. Ovunque siano, ovunque raccontino le loro impercettibili immense storie, questi artisti rari non perdeteveli assolutamente, non ve ne pentirete.

calendario

Napoli - Associazione culturale Tribunali 138

9 - 10 luglio 2019 dalle 18.00 alle 22.00
6 spettatori alla volta, durata 40 minuti

2019

MUTAVERSO TEATRO - SALERNO
Re : act – Spazio ZUT! - Foligno

2018

Ultimi Fuochi Festival – Salento
Kilowatt Festival - Sansepolcro (AR)

dal 13 al 21 luglio

Abitazione privata / Repliche ore 17:00 - 18:00 - 19:00 per 4 spettatori alla volta prenotazione obbligatoria www.kilowattfestival.it

Kilowatt Festival - Sansepolcro (AR)

INCONTRO PUBBLICO “LA RIVOLUZIONE DEI LIBRI”

Palazzo Venezia A’ MBASCIATA - Napoli
12 luglio 2019 ore 18.00

L’ULTIMO VALZER DI ZELDA

Palazzo Venezia A’ MBASCIATA - Napoli
12 luglio 2019 ore 21.00

2019

ISTITUTO DI CULTURA - AMBURGO

2018

Ultimi Fuochi Festival – Salento

27 marzo 2018 ore 21

per "la Rivoluzione dei Libri" organizzata da Progetto Demoni

Lecce, Teatro Paisiello

2017

Ravenna Teatro - La stagione dei teatri 2017/2018

Festival Nessuno Resti Fuori, Matera

Napoli Teatro Festival

Kilowatt tutto l'anno

Sansepolcro (AR) - Teatro alla Misericordia

prova aperta al termine della residenza

5 – 6 – 7 LUGLIO 2019

Napoli - Palazzo de’ Liguoro di Presicce
FRAMMENTO 1 MARIJA
5 luglio 2019 – dalle ore 16 alle 24
1 spettatore alla volta, durata 10 minuti

FRAMMENTO 2 LIZA
6 luglio 2019 – dalle ore 16 alle 24
1 spettatore alla volta, durata 10 minuti

FRAMMENTO 3 STAVROGIN
7 luglio 2019 – dalle ore 19 alle 22
10 spettatori alla volta, durata 10 minuti

2017

Attraversamenti multipli 2017 - Roma

Itinerario rosa - Comune di Lecce

Mutaverso Teatro - Salerno

2016

Santarcangelo Festival internazionale del teatro in piazza

2015

Festival Benevento Città Spettacolo

Wam Festival Faenza – Complesso ex Salesiani e Palazzo Baldi Ghetti

Rassegna Re : act – Palazzo Candiotti e Spazio Zut!, Foligno

2014

Teatro dei Luoghi Fest, Koreja – Palazzo Tamborino Cezzi, Lecce

2013

Festival Segreti d'autore – Palazzo Materazzi, Serramezzana (SA)

Festival Ouverture – Palazzo del Belvedere, San Leucio (CE)

30 gennaio 2016

Rassegna Strade Maestre - Cantieri Teatrali Koreja, Lecce

24 gennaio 2016

Prova aperta al termine della residenza Kilowatt Festival - Teatro alla Misericordia, Sansepolcro (AR)

25 e 26 giungo 2015

E45 Napoli Fringe Festival - Sala Assoli, Napoli

chi siamo

Alessandra Crocco e Alessandro Miele fondano PROGETTO DEMONI nel 2012.

Il nome della compagnia deriva dai primi lavori messi in scena, ispirati ai Demoni di Dostoevskij: le performance site - specific “Demoni - Frammenti”, presentate in vari festival tra cui Santarcangelo 2016, e lo spettacolo “Fine di un romanzo” selezionato da E45 Napoli Fringe Festival 2015.
Nel 2017, dopo una residenza a Sansepolcro (AR) per Kilowatt, debutta al Napoli Teatro Festival lo spettacolo “Lost generation” ispirato alla vita e alle opere di Zelda e Francis Scott Fitzgerald.
L’ultima produzione, “Come va a pezzi il tempo”, per pochi spettatori alla volta, ambientata in un appartamento, ha debuttato a Kilowatt Festival nel luglio 2018. Nel 2018 Alessandra e Alessandro si occupano dell’ideazione e dell’organizzazione a Lecce de “La rivoluzione dei libri - gruppi segreti per la rieducazione degli adulti”. Il progetto prevede la formazione di gruppi di lettura intergenerazionali, la realizzazione di un percorso di QR code letterari nelle strade della città e un incontro pubblico finale. Prima edizione: gennaio - marzo 2019, Lecce, con il sostegno di Lecce Città del Libro 2017 Seconda edizione : aprile - maggio 2019, Napoli, nell’ambito del Napoli Teatro Festival 2019 diretto da Ruggero Cappuccio e organizzato da Fondazione Campania dei Festival.

Sempre nel 2018, nasce il progetto “Ultimi Fuochi” (ideazione di Alessandra Crocco e Alessandro Miele) vincitore del concorso PIN - Pugliesi innovativi promosso da Regione Puglia e ARTI. Da gennaio a giugno, in alcuni comuni del Basso Salento, vengono organizzati laboratori teatrali e incontri nelle scuole e ad agosto si svolge la prima edizione di Ultimi Fuochi Festival, teatro al tramonto in luoghi naturali segreti. Gli spettatori non conoscono le location e vengono trasportati con degli autobus in oliveti, parchi, aree archeologiche e campi affacciati sul mare per assistere agli spettacoli delle compagnie ospiti (Menoventi, Bartolini/Baronio, Progetto Demoni, Andrea Cosentino). La seconda edizione del festival si svolgerà nei Comuni di Ortelle, Poggiardo e Spongano ad agosto 2019.
Da novembre 2018 Alessandro e Alessandra sono guide di due laboratori della non-scuola del Teatro delle Albe a Ravenna e a maggio 2019 sono impegnati a Matera nel progetto “Purgatorio - Chiamata pubblica per la Divina Commedia” diretto da Ermanna Montanari e Marco Martinelli (Coproduzione Fondazione Matera 2019 e Ravenna Festival/Teatro Alighieri in collaborazione con Teatro delle Albe/Ravenna Teatro).

alessandra crocco

About Us

ALESSANDRA CROCCO nata a Salerno nel 1981, residente a Lecce.
Ha iniziato la sua formazione teatrale a Salerno con Claudio Di Palma e Ruggero Cappuccio. Dopo la Laurea in Lettere Moderne all’Università di Napoli si è trasferita a Milano per frequentare la Scuola del Teatro Arsenale diretta da Kuniaki Ida e Marina Spreafico. Ha seguito seminari con diversi maestri tra cui Leo De Berardinis, Elena Bucci, Marco Martinelli, Marco Baliani, Claudio Morganti, Raffaella Giordano, Eugenio Allegri, Iben Nagel Rasmussen, Francesca Della Monica, Laura Curino, Riccardo Caporossi. Nel 2006 è autrice e attrice con la compagnia Fuori Quattro dello spettacolo “Chiamiamo a testimoniare il barone di Munchausen”, finalista al Premio Scenario Infanzia. Nel 2007 partecipa al Corso di Alta Formazione “Progetto Interregionale Teatro”, organizzato dai Cantieri Teatrali Koreja di Lecce, che si conclude con lo spettacolo “Lezioni d’amore – Studio per un Barbablù” di Antonio Viganò. Nel 2009 è autrice e interprete di “Non ti ho mai tradito”, progetto finalista al “Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti”. Ha collaborato con i Cantieri Teatrali Koreja come attrice in diversi spettacoli tra cui “La parola padre” di Gabriele Vacis.

alessandro miele

About Us

ALESSANDRO MIELE nato a Pompei nel 1983, residente a Lecce.
Dopo la scuola di mimo corporeo diretta da Michele Monetta, ha partecipato al corso di formazione “Epidemie” con il Teatro delle Albe che si è concluso con lo spettacolo “Salmagundi” per la regia di Marco Martinelli (produzione: Ravenna Teatro, Emilia Romagna Teatro Fondazione). Ha seguito seminari diretti da Ermanna Montanari, Fiorenza Menni, Marco Martinelli, Marise Flach, Riccardo Caporossi, Roberto Latini, Roberto Bacci, Claudio Morganti. Nel 2005 è autore e interprete di “Sono solo un uomo”, testo vincitore del Concorso di Drammaturgia Sportiva indetto dal Festival SportOpera 2005. Ha fondato con Consuelo Battiston e Gianni Farina la compagnia Menoventi (Premio Rete Critica 2011, Premio Hystrio-Castel dei Mondi e Premio Lo Straniero 2012), realizzando come co-autore e attore gli spettacoli “In festa”, “Invisibilmente” (produzione: Menoventi – Emilia Romagna Teatro Fondazione), “Postilla”, “Perdere la faccia”, “L'uomo della sabbia” (produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival delle Colline Torinesi, Programma Cultura dell’Unione Europea nell’ambito del Progetto Prospero).

ULTIMI FUOCHI LAB

Docenti: Alessandra Crocco e Alessandro Miele (Teatro), Cristiana Verardo (Canto)

ULTIMI FUOCHI si propone di accendere la passione per l’arte scenica nell’estremo Sud della penisola salentina. Oltre al festival estivo, l’Associazione propone laboratori teatrali rivolti a tutti quelli che abbiano voglia di mettersi in gioco e di condividere con altre persone un percorso di conoscenza e di creazione.

Il lavoro ruota intorno ai principi base del teatro e si arricchisce di momenti di approfondimento sulle tecniche vocali. Ogni laboratorio si conclude con uno spettacolo finale, sfavillante esito del lavoro di ciascun gruppo.
Sedi: Poggiardo, Spongano, Vignacastrisi (LE)

Taglia S - BAMBINI
Dai 6 ai 9 anni
Un gioco divertente ma anche serio per imparare a stare insieme, vincere la timidezza, coltivare l’immaginazione.

Taglia M - RAGAZZI
Dai 10 ai 13 anni
Un’esperienza pensata per far esplodere le energie creative dei ragazzi di quest’età a metà strada tra l’infanzia e la giovinezza.

Taglia L - ADULTI
Dai 14 anni in su
Un percorso per conoscere se stessi e gli altri e provare a superare i propri limiti, una finestra sui linguaggi teatrali contemporanei.

laboratori

IL SIGNOR MOCKINPOTT

a cura di Alessandra Crocco e Alessandro Miele / Progetto Demoni

photo Luca Centola

… 10 … 9…
Il punto di partenza di questo laboratorio sarà "Come il signor Mockinpott è liberato dal dolore" di Peter Weiss. L'opera racconta la storia di un povero malcapitato che finisce schiacciato da un'escalation di ingiustizie.

… 8 … 7 … 6 …
Vittima designata dalla società, Mockinpott, senza alcun motivo apparente, viene arrestato, licenziato, tradito e ridotto in miseria. Forse la sua unica colpa è non ribellarsi e tutte le disgrazie che dovrà patire gli serviranno per raggiungere questa rivelazione. Ma quanto durerà la sua tortura prima della tanto attesa illuminazione? Riuscirà a mettere fine alla glorificazione della prepotenza?

… 5 … 4 …
Smetterà di sbattere contro il muro delle ingiustizie e si armerà per abbatterlo?

… 3… 2…
Metteremo la storia del Signor Mockinpott a reazione con le improvvisazioni dei partecipanti al laboratorio e la caleremo nel "futuristico" contesto del dopo Matera 2019 per creare un nuovo testo, tradimento rispettoso dell'originale.

… 1 …
Immagineremo un Mockinpott materano, la notte del 31 dicembre 2019, in strada, pronto a chiudere in bellezza il magnifico anno trascorso. Non sa che, come nelle migliori favole, l'incanto non sopravviverà allo scoccare della mezzanotte e

"egli non potrà sfuggire
nemmeno a uno dei guai
che devono ancora venire"

… 0 !!!
Buon 2020, Signor Mockinpott!

ULTIMI FUOCHI LAB

Docenti: Alessandra Crocco e Alessandro Miele (Teatro), Cristiana Verardo (Canto)

ULTIMI FUOCHI si propone di accendere la passione per l’arte scenica nell’estremo Sud della penisola salentina. Oltre al festival estivo, l’Associazione propone laboratori teatrali rivolti a tutti quelli che abbiano voglia di mettersi in gioco e di condividere con altre persone un percorso di conoscenza e di creazione.

Il lavoro ruota intorno ai principi base del teatro e si arricchisce di momenti di approfondimento sulle tecniche vocali. Ogni laboratorio si conclude con uno spettacolo finale, sfavillante esito del lavoro di ciascun gruppo.
Sedi: Poggiardo, Spongano, Vignacastrisi (LE)

Taglia S - BAMBINI
Dai 6 ai 9 anni
Un gioco divertente ma anche serio per imparare a stare insieme, vincere la timidezza, coltivare l’immaginazione.

Taglia M - RAGAZZI
Dai 10 ai 13 anni
Un’esperienza pensata per far esplodere le energie creative dei ragazzi di quest’età a metà strada tra l’infanzia e la giovinezza.

Taglia L - ADULTI
Dai 14 anni in su
Un percorso per conoscere se stessi e gli altri e provare a superare i propri limiti, una finestra sui linguaggi teatrali contemporanei.

SPETTRI

Laboratorio teatrale promosso dall'associazione Protocaos
Galatone (LE), 22-24 luglio 2016
Per informazioni e iscrizioni protocaos@gmail.com
cell 3389583923

"A proposito. Voi ci credete ai fantasmi?
Vi ho chiesto: credete che i fantasmi esistono?
Si dice che i fantasmi non possono apparire altro che ai malati.
I fantasmi sono dei pezzetti,
dei frammenti di altri mondi,
la loro essenza.
Una persona sana non ha alcuna ragione per vederli.
Ma poi se si ammala un po',
se il normale ordine terreno del suo organismo si turba un po',
comincia subito a manifestarsi la possibilità di un altro mondo."
FEDOR M. DOSTOEVSKIJ,
"DELITTO E CASTIGO"

Questo laboratorio è aperto a tutti quelli che, pur di esplorare altri mondi, siano pronti ad ammalarsi e a scivolare fuori dal loro normale ordine quotidiano. Frammenti di grandi testi ci faranno da guida, trasportandoci in un altrove dove i fantasmi prendono corpo e voce. Sarà un restare sempre sul filo, tra tecnica e assenza di tecnica, presenza e assenza, qui e ora ma anche altrove e in un altro tempo. Riusciremo a comunicare le nostre "visioni e allucinazioni … a un'intera comunità, a un'intera adunanza culturale?" (NIETZSCHE).

TEATRO LAB 2016/2017

Corsi di teatro per adulti e bambini a Spongano

Ripartono per il terzo anno le attività di TEATRO LAB, un progetto a cura di Alessandra Crocco e Alessandro Miele in collaborazione con l'Associazione culturale JUMP IN, gestore del Laboratorio Urbano MADE a Spongano (LE). Sono previsti due corsi di teatro: "WHY NOT?" per adulti e "FACCIAMO FINTA CHE..." per bambini. Martedì 28 settembre 2016 presso l'Ex Mercato coperto di Spongano si terrà l'incontro di prova gratuito per presentare il percorso e iniziare a conoscersi. Appuntamento dalle 16 alle 18 per i bambini e dalle 19 alle 21 per gli adulti.

FACCIAMO FINTA CHE

Corsi di teatro per bambini e adulti a Spongano (LE)

Che cosa si fa al corso di teatro? Si corre, si salta, ci si stende per terra, si cammina a quattro zampe, si urla, si canta, si ride, si abbaia, ci si trasforma in una strega, in un re, in un supereroe. E' un grande gioco per liberare la fantasia, superare la paura, imparare a stare con gli altri. E' un'occasione di crescita che si concluderà con un piccolo spettacolo.

WHY NOT?

Corsi di teatro adulti a Spongano (LE)

C'è chi guarda alle cose come sono e si chiede: "perché?". Io penso a come potrebbero essere e mi chiedo: "perché no?". (ROBERT KENNEDY)

Il corso è rivolto a tutte le persone che abbiano voglia di riscoprire e condividere la propria immaginazione spostandosi dal territorio del conosciuto e del quotidiano. Si partirà dai principi base del teatro per poi addentrarsi in ambiti più specifici ed arrivare alla costruzione di uno spettacolo.