demoni - frammenti

DEMONI - FRAMMENTI sono brevi performance per uno o pochi spettatori ambientate in luoghi non teatrali. Dense, irriducibili, dirette, intime, portano lo spettatore al cuore di un avvenimento. In pochi minuti si dissolvono le linee di confine (attore/personaggio, spettatore/personaggio, realtà/finzione) per permettere allo spettatore di vivere, in un presente sospeso, un incontro capace di lasciare il segno.

Sospendete la vostra incredulità, mettete in stand-by il mondo intero ed entrate. I frammenti sono echi nostalgici di un romanzo finito da tempo. Pezzi di una storia tradita lo stretto necessario. Momenti "in cui a un tratto, come nel fuoco di una lente, si concentra tutta l'essenza della vita: tutto il passato, tutto il presente e, magari, tutto l'avvenire".

La sfida è superare la propria menzogna, arrivare al cuore, afferrare e mostrare qualcosa di sfuggente ma vivo. Il fuoco è sui personaggi, schiacciati per metà sotto il peso di un'idea, continuamente divorati da un demone. Dostoevskij è la guida.

"Risvegliandoci dai suoi libri sentiamo che egli ha appena toccato qualche punto segreto che appartiene alla nostra vera vita" (André Gide).

lost generation

di e con Alessandra Crocco e Alessandro Miele

luci Angelo Piccinni

assistente Giovanni De Monte

grafica Marco Smacchia

Con il sostegno di Kilowatt Festival

La drammaturgia si nutre della biografia e del mondo poetico dello scrittore ameri-cano Francis Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda, protagonisti di successo della “lost generation” degli anni ’20.

Insieme passano da una festa all'altra nel clima di spensieratezza dell'Età del jazz fino alla grande crisi del '29 che coincide con l'inizio della schizofrenia di Zelda, la depressione di Scott e la crisi del loro matrimonio. Alla fine lui muore di cuore a 44 anni, lei nell'incendio dell'ospedale in cui era ricoverata.

Li rievochiamo in scena come due presenze evanescenti per raccontare la storia di un fallimento. L’età dell’oro è lontana, forse non è mai esistita, è solo un’invenzione.

Come noi trentenni di oggi, Scott e Zelda hanno vissuto il benessere di un’epoca incosciente e si sono ritrovati adulti tra le macerie di una crisi. Resta la disillusione, il vuoto e lo sforzo disperato per rialzarsi.

"...cercò di sezionare la storia in piccoli frammenti per poterla immagazzinare e comprese che la qualità di una vita in generale può essere diversa dai singoli frammenti e che a 40 anni la vita si può osservare solo frammento per frammento."

(Francis Scott Fitzgerald)

Per la costruzione dello spettacolo ci siamo ispirati al collage, tecnica artistica che comincia ad affermarsi proprio agli inizi del Novecento. Come Fitzgerald nei suoi taccuini, abbiamo fatto collezione di momenti ritagliandoli da diari, lettere, romanzi e racconti di Scott e Zelda. Mescolandoli e incollandoli in scena, ci siamo ritrovati a confondere la biografia con la rielaborazione artistica del romanziere e le intuizioni della sua sorprendente moglie. In scena si avvicendano con la velocità dei ruggenti anni ’20 alcuni momenti della loro giovinezza spensierata. Il boom economico prospettava possibilità infinite e sembrava che nessuno avesse il diritto di fallire. Ma nella velocità e negli eccessi vanno dissipandosi le energie migliori di un’intera generazione e Scott e Zelda si ritrovano ad affrontare gli anni bui della Grande Depressione. Il collage assume forme più inquietanti e distorte per raccontare il crollo di una Nazione, di una donna devastata dalla schizofrenia, di uno scrittore in crisi che per nove anni scrive e riscrive lo stesso romanzo. Come un piatto crepato le loro vite sono incrinate per sempre

fine di un romanzo

Di Alessandra Crocco e Alessandro Miele

Con Alessandra Crocco, Giovanni De Monte, Rita Felicetti, Alessandro Miele, Maria Rosaria Ponzetta.

Luci Angelo Piccinni

Suoni Daniela Diurisi

In coproduzione con Fondazione Campania dei Festival. Con il sostegno di Cantieri Teatrali Koreja, Kilowatt Festival e Masseria Protocaos.

FINE DI UN ROMANZO è quel che resta de "I demoni" di Dostoevskij. Il romanzo è andato in frantumi. Solo alcuni momenti continuano a risuonare. Sono universali perché umani, ci parlano perché ci riguardano. Rivelano gli eterni inciampi e i nodi irrisolti del vivere. Raccontano un mondo in cui i mediocri sguazzano nel fango e i puri soccombono. "Guardatele arrampicarsi, queste agili scimmie! Si arrampicano una sull'altra e così una trascina l'altra nel fango e nell'abisso. Vogliono arrivare tutte al trono: è la loro follia. Come se sul trono fosse assisa la felicità! Spesso sul trono è assiso il fango. Anzi, spesso anche il trono sta sul fango". (Nietzsche)

In scena cinque figure impantanate nel fango. Sono vite finite ormai da tempo ma condannate a ripetersi fino all'esaurimento. Procedono per salti inseguendo ricordi che si fanno sempre più confusi, folli e grotteschi. Alcune di loro, ultima eco di un mondo mitico, tornano a brillare solo a tratti e riescono a sussurrare appena qualche parola. Altre invece continuano ad affaccendarsi in un fantomatico progetto politico che ha come unico obiettivo la distruzione. La furia nichilista di questi demonietti non accenna ad esaurirsi, anzi si adatta a ogni epoca prendendo a prestito canzonette e balli per fare nuovi proseliti. Siamo alla fine di una civiltà fatta di vuoto, frivolezza, menzogna, apparenza, mancanza di radici. "Non c'è nemmeno nulla che possa crollare... Da noi non cadranno pietre ma tutto si scioglierà in fango".
(Dostoevksij, "I demoni")

Lorenzo Donati

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I due artisti del Progetto Demoni erano nel mezzo delle domande di creazione, e da loro ci siamo fatti raccontare le origini del percorso, le questioni che lo sostanziano, i riferimenti culturali dietro alla scelta di portare in scena le biografie di Francis Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda.

Blog "AltreVelocità"
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Lo scorso aprile siamo stati a Sansepolcro, al Teatro della Misericordia. In occasione di “Kilowatt tutto l'anno” e prendendo parte a un progetto di osservazione a cura di Stratatagemmi Prospettive Teatrali, abbiamo pututo incontrare Alessandra Crocco e Alessandro Miele, al lavoro attorno a Lost Generation, spettacolo che debutterà il 26 giugno 2017 al Napoli Teatro Festival. I due artisti del Progetto Demoni erano nel mezzo delle domande di creazione, e da loro ci siamo fatti raccontare le origini del percorso, le questioni che lo sostanziano, i riferimenti culturali dietro alla scelta di portare in scena le biografie di Francis Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda. Il risultato è la conversazione che segue, che crediamo abbia la qualità del “ritratto”. Crocco e Miele, residenti a Lecce, sono alla loro seconda produzione e nelle pieghe del dialogo si leggono in controluce anche alcune interrogazioni attorno alle possibilità, alle difficoltà e potenzialità di fare un teatro indipendente oggi. «Non dimenticare che nel mestiere di attore solo i primi 30 anni sono duri» Clark Gable

L'inizio del lavoro

Alessandro Miele

L'inizio parte da una fine, dalla Fine di un Romanzo, il nostro ultimo spettacolo ispirato ai Demoni di Dostoevskij. Per tanto tempo abbiamo affrontato il romanzo producendo una forma spettacolare che si dava per frammenti, episodi fruibili singolarmente o uno di seguito all'altro, poi siamo arrivati a uno spettacolo che destrutturava il romanzo, una seconda tappa che consideriamo in realtà ancora non conclusa, anche se già sappiamo che difficilmente avremo modo di riprendere il lavoro. In Lost generation torniamo ad affrontare alcuni temi che avevamo già incontrato nei Demoni: il fallimento, la caduta e il tentativo di rialzarsi che però produce uno scivolare e ricadere continui. E’ la storia dell'uomo che possiede tale tensione: da Faust a Icaro è un continuo andare alla ricerca delle Colonne d'Ercole, un mettersi alla prova spingendosi fino al fallimento. La nostra idea è portare sulla scena le vite di Francis Scott Fitzgerald e di sua moglie Zelda, guardando da vicino il limite dei trent'anni, uno scalino che vive anche lo stesso Novecento. Si può parlare di un'infanzia del Novecento, non proprio spensierata dato che c'è stata la Prima Guerra Mondiale, e subito dopo di un'adolescenza con il boom tipico di quell'età: l'entusiasmo, le speranze, l'idea che le forze siano illimitate.

Alessandra Crocco

Un riscontro cronologico preciso lo abbiamo trovato nelle biografie di Scott e Zelda: il loro entusiasmo di ventenni corrisponde agli anni venti, entusiasmo che entra in crisi dopo il 29, come il secolo, alla soglia dei loro trent'anni. Lei entra in clinica per schizofrenia, lui è sopraffatto dalla crisi dello scrittore a causa di vicende personali e professionali. Scriverà e riscriverà per nove anni Tenera è la notte, alla ricerca continua di quel salto in avanti. Negli anni della giovinezza la coppia è passata dall'assoluta sperimentazione alla stasi, dal fervore al fallimento, un po' come il secolo nel quale vivevano.
M - Fatto che si rispecchia anche nei romanzi. Tenera è la notte, per esempio, è la storia di un fallimento personale.

C - Nelle lettere e nelle occasioni pubbliche i due dichiareranno che negli anni ’20 si pensava di non avere il diritto di fallire, dal momento che tutte le possibilità sembravano aperte. Scott in effetti pubblica un romanzo, va a New York e diventa famoso e ricco, la stessa cosa accade a lei, con il suo desiderio di trasformare la vita in opera d'arte. Eppure dal successivo fallimento non si alzeranno più: lui morirà a poco più di quarant'anni di infarto, lei a trent’anni comincerà un calvario di ricoveri in cliniche psichiatriche e morirà proprio nell’incendio di una di queste. Eppure il tentativo di rialzarsi è costante e si nota anche come traccia nei romanzi, dove pezzi di vita e frammenti dei loro accadimenti entrano a fare parte dell'opera letteraria.

«La prova di un’intelligenza di prim’ordine sta nella capacità di avere in testa due idee opposte e di continuare lo stesso a funzionare. Perciò ad esempio uno dovrebbe essere in grado di capire che la situazione è disperata e di essere comunque determinato a cambiarla». Francis Scott Fitzgerald

M - Scott e Zelda vivevano sotto i riflettori, la loro biografia diventava romanzo, erano la coppia più famosa d'America e anche i loro litigi erano trascritti. Nel 1933 litigheranno alla presenza dello psichiatra di Zelda, mentre ogni parola veniva stenografata. Questi e altri segni biografici, insieme a romanzi e racconti, sono al centro del nostro processo di lavoro. Tornando ai trent'anni, credo che sia un'età in cui ci si pongono delle domande sulla propria vita, si traccia un primo bilancio, o almeno così a noi sta accadendo. Magari senza trovare risposte definitive e sapendo che le diverse età producono risposte diverse. Lo dico perché vorremmo presentare questi personaggi in tre fasi diverse della vita: nell'inconsapevolezza della gioventù, nella prima consapevolezza dei trentenni e in una seconda consapevolezza successiva.

La recitazione non recitazione

M - Da sempre nel nostro lavoro cerchiamo una “recitazione non recitazione”: sfondare la finzione ma da dentro la rappresentazione, facendo accadere un incontro fra chi recita e chi guarda, creando una bolla, un momento di sospensione. Ci illudiamo di fare apparire il personaggio, ma anche di farlo sparire, costruendo gradualmente dei “momenti” insieme agli spettatori, come se comandassero gli attimi, gli accadimenti e non tanto la drammaturgia, le parole, la storia e i personaggi. Il nostro è una sorta di linguaggio “tradizionale senza codici”: agiamo per sottrazione, speriamo che le nostre siano parole sospese che galleggiano. Cerchiamo di allontanarci da ogni situazione che rimanda a una rappresentazione direttamente convenzionale. I Frammenti di Dostoevskij sono nati evocando il testo: ne imparavamo quantità considerevoli, ma poi aspettavamo, attendendo la magia di un momento, facendo dei tentativi dove su alcuni testi “appoggiavamo” delle situazioni. Così abbiamo costruito dei piccoli blocchettini, come degli haiku, un grande training per arrivare a dire qualcosa di estremamente conciso.

C - Questo metodo lo abbiamo ritrovato anche in Fitzgerald, uno scrittore interessato ai frammenti, alla “follia delle quattro del pomeriggio”; alle nuche delle persone, le mani, a momenti laterali da distillare. Tenera è la notte è costruito su momenti forti, lui segnava tutto quello che gli accadeva sui suoi taccuini, aveva un modo di lavorare per illuminazioni.

M - Queste dimensioni di verità, trovate in prova e riportate in luoghi non teatrali, cosa diventano se portate in teatro, in uno spazio completamente vuoto? Adesso ci troviamo in una seconda tappa, come se fosse un secondo passo della nostra ricerca recitativa. Cerchiamo di arrivare a una verità, provandola e cercandola sulla nostra pelle, magari facendo la stessa strada che hanno percorso altri ma ritrovandola noi in prima persona.

I testi, le letture, la scrittura di scena

C - Abbiamo fatto tante letture insieme e separatamente, poi ci siamo confrontati in cerca di legami. Stiamo lavorando molto usando la tecnica del collage, unendo pezzi da diversi dai romanzi e dalle lettere, cerchiamo di stabilire delle connessioni per capire se ci torna qualcosa, in modo da conferire vita propria a frammenti diversi. Arriva poi il momento in cui i testi vengono messi alla prova sulla scena, e spesso tutto cambia completamente. È un continuo fare e disfare, ed è un collage artigianale: stampiamo, ritagliamo, usiamo lo scotch, andiamo in scena con dei papiri, spostiamo e incolliamo, poi ci dimentichiamo le connessioni che avevamo creato. Così nasce il testo.

M - Non ci interessa seguire pedissequamente le nostre idee di partenza. Mi piace chiamare il nostro metodo “scrittura di scena vincolata”. C'è uno che sta dentro e deve “vivere”, mentre l'altro da fuori codifica, fissa le battute, capisce cosa c'è nell'aria. Mettiamo a reazione tanti elementi, misuriamo l'effetto di frammenti uniti secondo logiche costruite da noi.

C - La scrittura di scena determina tutto, facciamo delle ipotesi di scrittura, ma restiamo attori, il nostro scrivere si sostanzia nel fare, nel vedere, nel fare vedere al pubblico.

M - Non vogliamo mettere in scena delle idee, ma fare funzionare la scena. Un grande drammaturgo probabilmente lavora su un'idea, mostrandola nella scrittura. Invece noi pensiamo che sia la scena a dovere cercare una vita, non il testo scritto.

M - Vorremmo raccontare la loro storia senza narrarla, ma anche il loro periodo storico. Lavoriamo su qualcosa di sospeso, che possa stare a metà fra Alessandro e Alessandra, fra Scott e Zelda, tra oggi e allora, qualcosa che vada in un senso e nell'altro, si sposti di continuo. I due personaggi erano in un qualche modo attori della loro stessa vita, e questo ci aiuta. Vivevano all'estremo, ostentando, sapevano di essere sotto i riflettori.

C - Erano simbolo di un'epoca e di una generazione intera, la Lost Generation, ma erano simbolo anche di una città, New York. Sapevano di esserlo, dichiararono di avere fatto del loro matrimonio un'opera d'arte, ragionavano sulle loro vite come strategia per tenersi in vita e per lavorare, per nutrirsi. Tutti i libri di Scott parlano indirettamente di Zelda.

M - E Fitzgerald raccontò anche un suo momento di profonda crisi. In un periodo in cui era indebolito dall’alcolismo, dai debiti, dalle preoccupazioni per la salute di Zelda, si chiuse in un albergo con una scorta di carne in scatola per non vedere nessuno e scrivere.

C - Scrisse gli articoli di Crack Up, dove racconta del crollo e di quando ci si accorge che qualcosa si è rotto ma è troppo tardi per rimediare. In quegli articoli Fitzgerald sostiene che la condizione dell'adulto senziente è infelice, restando però sempre molto autoironico.

La crisi negli anni '20 del novecento e oggi

C - Noi siamo stati adolescenti negli anni '90, dove ci erano state prospettate una serie di possibilità. Poi si è fermato tutto, anche noi in qualche modo ci sentiamo generazione perduta.

M - I riferimenti storici attuali sono il nodo sul quale stiamo sbattendo la testa. Non vogliamo “dire”, esplicitare un parallelismo fra due periodi storici divisi da cento anni di storia. Per adesso pensiamo che basti accostare lo spirito di queste fasi storiche, creando così un orizzonte comune.

C - Se i personaggi incarnano quello spirito, inteso come dinamismo e modo di porsi verso la vita, se le loro parole e i corpi ci raccontano quella tensione allora crediamo che si creeranno dei rimandi naturali che riportano all'oggi. Ma non vorremmo “spiegarli”.

M - Loro il boom lo vivevano in modo incosciente e questo lo capiranno solo in un secondo momento, dopo la crisi. Si accorgeranno che prima c'era qualcosa di sovrastimato: si sovrastimavano le forze di un paese e di un'intera generazione.

C - Fitzgerald scrive: «La mia vita era stata un'attingere a risorse che non possedevo, mi ero ipotecato spiritualmente e fisicamente fino al collo».

M - E tutto questo lo capisce dopo, dentro la crisi ci si accorge che prima si stava meglio, ma anche che si stavano sovrastimando delle forze. Dentro la crisi si pensa che le opportunità siano precluse. Non ci ricorda da vicinissimo ciò che succede nei nostri anni?

C - In My Lost City Fitzgerald parla di New York, città con diverse fasi. Tornato a New York dopo il crollo di Wall Street, sale sull'Empire State Building e scopre “l’errore della città” «Colmo di vanaglorioso orgoglio, il newyorchese era salito lassù e aveva visto sgomento ciò che non aveva mai sospettato, che la città … aveva i suoi limiti; dall’edificio più elevato, egli vedeva per la prima volta che la città si dissolveva nella campagna tutto intorno, in una distesa verde e blu che era l’unica cosa sconfinata. E con la terribile presa d’atto che New York, in fin dei conti, era un città non un universo, il magnifico castello che il newyorchese aveva eretto nella sua immaginazione crollò fragorosamente». Ritorna quindi il tema dell’uomo che cade perché prende coscienza dei suoi limiti di cui avevamo parlato all’inizio.

La verità della scena, come attori

M - Come dicevamo il nostro metodo prevede di metterci spesso nell'ottica di un occhio esterno che vede, fissa e codifica. Da dentro è difficilissimo cogliere tali momenti. Prima hai parlato di immedesimazione ma io non so cosa significhi, né che cosa sia il personaggio... se separatamente emergono l'immedesimazione, il personaggio, la vita dell'attore c'è qualcosa che non funziona. Se invece questi elementi si fondono qualcosa accade. C'è la forma e l'uscita dalla forma, ci sono i pensieri dei personaggi e quelli degli attori, c'è un dentro e un fuori costante.

C - Quando una forma prende vita di fronte allo spettatore di solito l'attore è proteso verso qualcosa di esterno, pur stando dentro una forma necessaria per non perdersi.

M - Si crea una bolla dove si è insieme, attori e spettatori. Se si prova a ricostruire “che cosa sia successo”, spesso non ci si ricorda del tutto, si capisce solo che si è andati da un'altra parte, insieme. La verità non è una questione di naturalismo, non c'entra nulla. In Lost Generation questo processo si complica, perché siamo entrambi in scena, non c'è uno che guarda e l'altro che agisce.

Stefania Sarrubba

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Il turbinio di passioni e illusioni dei giovani artisti della generazione perduta, prende corpo in un frenetico atto unico in scena a Palazzo Reale per la sezione Osservatorio del Napoli Teatro Festival Italia.

Quarta Parete Press
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Zelda e Scott, Scott e Zelda. Le due metà dell’insieme più controverso e affascinante del Novecento, la coppia più invidiata d’America, ma anche quella che è finita col soccombere a un destino avverso. I Fitzgerald sono parte di quella Lost Generation che dà il titolo all’opera di e con Alessandra Crocco e Alessandro Miele, in scena in data unica (ieri 26 giugno) nella bella cornice del Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale nell’ambito del Napoli Teatro Festival. In due a reggere bene l’insolito palco, gli attori attraversano a ritmo di swing e jazz le diverse fasi della loro storia d’amore e dei Roaring Twenties, quei ruggenti anni Venti che culmineranno con la crisi del ’29 a spezzare l’incanto di un benessere apparentemente senza fine. (…)
I cambi d’abito repentini e il suggestivo, frenetico disegno luci di Angelo Piccinni contribuiscono a creare un senso di inarrestabilità ineluttabile. (…) “Gli egoisti sono capaci di grandi amori” dirà a un certo punto Scott. Un apparente controsenso che rivela l’intensità quasi aggressiva con cui i due si amano e che li porterà all’asfissia. Zelda e Scott sono vittime di quel dare e pretendere amore e devozione fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo sorso di veleno che i due si passano nell’ultimo bacio magrittiano, nascosti al mondo da un velo sottile.

Mailè Orsi

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Dopo un breve periodo di residenza, Progetto Demoni presenta a Sansepolcro, nell’ambito della stagione di Kilowatt tutto l’anno, un primo studio di Lost generation, spettacolo dedicato alla vita di Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda.

Persinsala Teatro
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Questo primo studio di Lost generation ha un appeal molto forte e mostra già diversi caratteri interessanti: un testo che fa sentire tutto il suo valore (è composto di citazioni dai romanzi di Fitzgerald, che a loro volta riflettevano il vissuto e le lettere della coppia, e che è sempre significativo, mai banale); il racconto dell’evoluzione della storia d’amore di una coppia speciale, per sogni, intelligenza e sensibilità; i temi toccati, che sono pregnanti e intensi (visioni di vita, il confronto col tempo che passa e con le scelte fatte, il tormento della responsabilità). La struttura procede per macro blocchi di scene, in cui la situazione è mostrata sempre al suo culmine emotivo, procedendo quindi, in un certo senso, per blocchi di emozioni. Per fare un esempio, nella scena della discussione urlata, si percepisce rabbia pura, senza altro sottotesto che la rabbia stessa. Le musiche hanno la funzione di contestualizzare senza troppa invadenza i vari quadri, soprattutto da un punto di vista di tempo e di atmosfera (gli anni ’20). (…) Molto affascinante la sequenza delle “scene vaganti”, in cui a zone differenti della scena corrispondono situazioni e temperature emotive diverse: i due attori che si muovono da un punto all’altro si trasformano nei protagonisti che inseguono, letteralmente, le tappe della loro storia – e le inseguono con fatica, come in una specie di gioco/tortura.

Andrea Porcheddu

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Un ultimo piccolo, incoraggiante segnale da Lecce: Demoni-Frammenti, che Alessandro Miele e Alessandra Crocco hanno elaborato dall'opera di Dostoevskij, estrapolandone piccoli tasselli, per uno spettatore alla volta. Frammenti minimi, diretti, intimi, immediati...

Blog "L'onesto Jago – Linkiesta"
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Un ultimo piccolo, incoraggiante segnale da Lecce: Demoni-Frammenti, che Alessandro Miele e Alessandra Crocco hanno elaborato dall'opera di Dostoevskij, estrapolandone piccoli tasselli, per uno spettatore alla volta. Frammenti minimi, diretti, intimi, immediati. Ho visto solo il primo di questi, Marija, nella bellissima cornice di Palazzo Tamborrino-Cezzi. Una stanza illuminata dalla luce fioca di una candela: lei, seduta, aspetta, poi ti parla, guardandoti senza vederti. È un incontro, è un ritorno, è un abisso: in un istante precipiti nella situazione, fatta di colpa, mancanza, delusione. Poi lei ti guarda: e basta uno sguardo come quello, struggente, per dirsi addio.

Rodolfo Sacchettini

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Gli interni dei palazzi storici, spesso sconosciuti o inaccessibili, presentano sorprese meravigliose, soprattutto quando si respira l'aria del tempo e sembra, attraversando una porta, di entrare nei secoli passati. Le ampie scalinate del Palazzo Candiotti a Foligno e del Palazzo Ginnasi Ghetti a Faenza rendono l'entrata e l'uscita come un'ascesa o uno sprofondamento interiori...

Altre Velocità
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Gli interni dei palazzi storici, spesso sconosciuti o inaccessibili, presentano sorprese meravigliose, soprattutto quando si respira l'aria del tempo e sembra, attraversando una porta, di entrare nei secoli passati. Le ampie scalinate del Palazzo Candiotti a Foligno e del Palazzo Ginnasi Ghetti a Faenza rendono l'entrata e l'uscita come un'ascesa o uno sprofondamento interiori. Poi ci sono le parole e i personaggi di Dostoevskij, talmente distillati da suonare semplici e da far vibrare archetipi letterari legati all'abbandono, al tradimento all'amore. Poi c'è un'attrice molto brava, e accade così di essere trapassati da uno sguardo e allo stesso tempo di poter osservare per pochi interminabili minuti le sfumature di un'anima, come accade nelle pagine dei grandi romanzi russi. E infine ci siamo noi (tu, io…), il pubblico, in entrambi i casi invitato a partecipare uno per volta, da soli, guardando e ascoltando non da spettatori, ma da personaggi; anche noi precipitati improvvisamente dentro la storia.

Tommaso Chimenti

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Dai Demoni di Dostoevskij, Alessandro Miele e Alessandra Crocco traggono tre cupi "Frammenti", spezzoni minimalisti, cinque minuti l'uno per uno spettatore alla volta. Un rituale bene assestato di attese fino a giungere nelle sale dove prima Marija, poi Liza e infine l'impantanato Stavrogin si confrontano con durezza e disillusione...

Il fatto quotidiano.
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Dai Demoni di Dostoevskij, Alessandro Miele e Alessandra Crocco traggono tre cupi "Frammenti", spezzoni minimalisti, cinque minuti l'uno per uno spettatore alla volta. Un rituale bene assestato di attese fino a giungere nelle sale dove prima Marija, poi Liza e infine l'impantanato Stavrogin si confrontano con durezza e disillusione. L'incontro vis a vis inquieta, solo la luce di una candela con la Crocco lugubre e orgogliosa, tenera e terribile, dolce e feroce, accogliente e cinica ora sensuale o materna tra tappeti e divani ottocenteschi, mentre nell'ultimo Miele balla nel fango dall'odore pungente di ammoniaca "Passenger" di Iggy Pop: "Sono il viaggiatore tra i bassifondi delle città".

Paola Teresa Grassi

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Un esserci inedito che mi riconcilia col teatro e i suoi tempi. Un teatro raffinato, che custodisce nell'anima i tempi della letteratura. In quei pochi minuti vivo infatti un tempo che trascende oltre misura il momento presente. Lei parla e poi mi parla. Sussurra un canto. Senza preavviso i suoi occhi incontrano i miei. L'incontro d'anime narra di un risentimento e di un allontanamento che è di entrambe...

Krapp's Last Post.
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(...) Un esserci inedito che mi riconcilia col teatro e i suoi tempi. Un teatro raffinato, che custodisce nell'anima i tempi della letteratura. In quei pochi minuti vivo infatti un tempo che trascende oltre misura il momento presente. Lei parla e poi mi parla. Sussurra un canto. Senza preavviso i suoi occhi incontrano i miei. L'incontro d'anime narra di un risentimento e di un allontanamento che è di entrambe (...) Esco da questo primo appuntamento felice e non vedo l'ora di incontrare Liza. Il rifiuto che definiva il primo frammento cede qui il posto alla sensualità, che però è anch'essa abbandonica, come nel riflesso di un abito nero nella coda di un pianoforte (…) La paralisi di sofferenza che definisce il corpo nel primo momento diviene lento approssimarsi nel secondo per esplodere in un frenetico movimento nell'ultimo di tre. Il terzo frammento interrompe l'incantesimo della connessione duale per aprirsi ad una più canonica platea. Entriamo in dieci nell'ormai familiare palazzo. E con il consueto 'esprit d'admiration' saliamo le ampie scale. In lontananza udiamo la voce di Iggy Pop. Ed entrando è Nikolaij che incontriamo. Indemoniato quasi, mentre rincorre il ritmo di "The Passenger".

Nicoletta Lupia

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In questo frammento, come nei successivi, si entra e si esce continuamente dalle funzioni classiche della fruizione: attorialità, spett-at(t)orialità, narrazione e dramma si confondono negli occhi-mondo di Marija, nella sua voce pacata e ferma, nella sua fissità eloquente. Le funzioni si tendono, come una corda sulla quale l'attrice cammina consapevole e noi andiamo a tentoni. Così, il testo di Dostoevskij – rimontato in una drammaturgia monologante e analitica – aggredisce e inquieta, senza mai traboccare in eccesso, misurato, crea contrappunti intimi, non superficiali, convince e, sfruttando la logica della serialità, incuriosisce.

Il tamburo di Kattrin
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(…) Quanto segue è un attraversamento dei corridoi, dalla bellezza straordinariamente decadente, del Palazzo Tamborino Cezzi dove gli attori hanno ambientato le azioni e le vite dei protagonisti del movimento tripartito. Frammento #1 / (lo sguardo di) Marija Una tensione palpabile tra lo spettatore e la sua guida. Uno sguardo furtivo al giardino interno. Qualche certezza e alcune intuizioni. Si sa che lo spettacolo sarà strutturato in un rapporto di uno-a-uno – "Non dovrai fare niente, solo sederti e ascoltare", spiega Alessandro Miele all'ingresso. Si sa che non durerà più di dieci minuti e che è parte di uno studio che proseguirà nei due giorni seguenti. Si intuisce, invece, una frontalità ravvicinata tra attore e spettatore, forse invasiva. "Prego", l'attore invita lo spettatore a entrare in una stanza, sedersi su un pouf e conoscere Marija. Per quanto si possa amare Dostoevskij e si possa aver ipotizzato quanto sta per accadere, il senso di estraneità è forte e confermato da un buio disorientante. La guida scompare, si intravede una luce sottile e si procede, orientati dal suono di un canto lontano. Appare Marija, un'assenza, più che una presenza. Ci riconosce, ci guarda, ci parla. È descrittiva, riflessiva. Gli occhi grandi sono velati di una dolcissima follia. Lo spettatore sostiene lo sguardo, lei non ha paura di nulla: non è a noi che parla o pensa, ma al suo Nikolaj. La distanza ravvicinata diventa la cornice impalpabile della sua vendetta tutta verbale, aggressiva ma proferita nell'impossibilità del compimento. Intanto, nella stanza buia, lo sguardo si abitua, gli occhi di lei si rivelano di un azzurro torbido e, dopo un mutamento repentino di inflessione, ci intimano di lasciarla. In questo frammento, come nei successivi, si entra e si esce continuamente dalle funzioni classiche della fruizione: attorialità, spett-at(t)orialità, narrazione e dramma si confondono negli occhi-mondo di Marija, nella sua voce pacata e ferma, nella sua fissità eloquente. Le funzioni si tendono, come una corda sulla quale l'attrice cammina consapevole e noi andiamo a tentoni. Così, il testo di Dostoevskij – rimontato in una drammaturgia monologante e analitica – aggredisce e inquieta, senza mai traboccare in eccesso, misurato, crea contrappunti intimi, non superficiali, convince e, sfruttando la logica della serialità, incuriosisce. Frammento #2 / (il passo di) Liza Liza è spavalda. Come Marija sfida lo sguardo e intimidisce, ma ha una sicurezza leggera e mascolina, provocatoria e sensuale. Il Palazzo che ci ospita è lo stesso del primo episodio, il percorso nei suoi corridoi è diverso, ma vede uno spettatore più avvertito, che sa quanto succederà e si muove spedito, consapevole e parte del gioco creato per lui. "Grazie per essere tornata", esordisce Alessandro Miele, alludendo a un'implicita complicità. La sera prima, in quegli stessi spazi, c'è stata una festa, ci racconta l'attore, e Liza ha passato la notte con Nikolaj. "Tu sei Nikolaj. Non dovrai fare altro che sederti e aspettare". L'azione dell'ascolto del primo movimento diventa ora un'azione di attesa che, per quanto ne sappiamo, potrebbe risolversi in un tempo silenzioso e solitario. La stanza è bellissima: una libreria, un pianoforte a coda, credenze a perimetrare gli angoli, due specchi, la porta di ingresso alle nostre spalle. Liza appare riflessa in uno specchio, insinuandosi nella coda dell'occhio distratto. Incede verso di noi e ci parla con il chiaro intento di non farci mai dimenticare chi siamo: ancora una volta, Nikolaj, il suo demone, colui che vorrebbe trascinarla in un posto tetro, nella passività di una vita indolente. Ma Liza è frivola e dà la percezione di volteggiarci intorno con le parole, pur rimanendo ferma, piedi nudi e sguardo vivo di ragazza. Di nuovo un addio che ha il sapore della rivalsa: l'attrice circumnaviga di 180 gradi la poltrona sulla quale siamo pietrificati ed esce, come un'ombra, come se niente fosse. Proviamo una discreta pena per il personaggio che siamo stati chiamati a interpretare, per questo mostro passivo e indifferente. I due attori sono abilissimi nel rendere una delle caratteristiche principali del protagonista dostoevskiano attraverso il coinvolgimento – reso passivo dall'ascolto prima e dall'attesa poi – dello spettatore. Nikolaj siamo noi, anche se siamo una donna, o viviamo nel XXI secolo. Anche quando vorremmo reagire. Frammento #3 / (l'odore di) Nicolai Nikolaj è un odore che intossica, un'acquaragia corrosiva. È sporco di terra, si dimena in una danza scomposta, faticosa, pesante. Affonda i piedi nella terra bagnata e, infine, parla, volutamente mono-tono e scandendo con lunghe pause il suo racconto, a marcare l'eleganza del male. Questa volta siamo in dieci, disposti in due file, definitivamente frontali, e assistiamo alla narrazione immobile e, sempre, come indifferente, dell'orrore compiuto su una giovane – sedotta e, infine, istigata al suicidio. Nikolaj ci fa partecipi di un passaggio esistenziale: la presa di coscienza di un nichilismo negativo, lo stesso che ha fatto di Marija e Liza delle vittime. Infine, il personaggio ci congeda, impositivo, come se, fino a quel momento, ci avesse deliberatamente permesso di spiare e ora fosse stanco anche di noi, oltre che di se stesso.

vittorio zollo

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Marija, Liza e Stavrogin sono vivi ma cercare di toccarli è impossibile, sono loro che toccano, pungono, attaccano e colpiscono. Nella decadenza di quest'epoca, il fango nel quale si muove Stavrogin è come sabbie mobili, metafora di una società che inesorabilmente, sta ingoiando ciò che resta di noi. Teatro vero quello proposto da Alessandra Crocco e Alessandro Miele con "Progetto Demoni – Frammenti". Un teatro che ci fa tremare nel silenzio, nel timore di quell'assenza di rumore, che spesso ci mette davanti ai nostri demoni. Esperienza unica, fioritura (forse la più bella e interessante) del componimento "Benevento Città Spettacolo".

Il vaglio
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"Frammento #1 Marija", interpretata da Alessandra Crocco, realizzato al club 900.Introdotti in limbo tra la realtà materiale e le pagine di Dostoevskij, l'invito è a dimenticare o quantomeno a lasciare fuori le angosce della propria realtà materiale e psichica per poter così scendere sottoterra, in cantina, dove ti aspetta lei, Marija, che con lo sguardo perso nell'immensità del buio, canticchia una melodia seduta su una sedia, con la luce timida di una candela che le illumina il viso. Poi si volta, "sei tornato" dice, e da quel momento l'ipnosi è totale, il rapimento è condiviso e l'abbandono è uno scambio reciproco. Lei, abbandonata da te, delusa e addolorata, tu abbandonato a lei, sorpreso e svuotato. 7 minuti per crollare divorato da un senso di colpa tanto irrazionale quanto reale, sconvolto dalla situazione e dalle sue parole, fino al momento finale,"Vattene… Vattene…" … Un addio segnato dai suoi occhi e dalle lacrime sulle sue guance. "Frammento #2 Liza", interpretata da Alessandra Crocco, realizzato a Palazzo Paolo V.L'incontro questa volta non avviene nel sottosuolo bensì in una delle sale ai piani alti del Palazzo. Lo spettatore, invitato a calarsi nei panni di Stavrogin (il protagonista dei Demoni di Dostoevskij) attraversa i corridoi ed entra all'interno di una stanza poco illuminata, si siede ed attende. Da una porta lasciata semiaperta entra Liza, è l'alba. La donna, dopo aver trascorso la notte con Stavrogin, cammina a passo lento e, con movimenti sinuosi e placidi, si arresta al centro della stanza. Parla di lei, di ciò che è appena accaduto. Appare serena ma è con rassegnazione che si confessa, vuole andare a Mosca. Tutto è ovattato e in pochi attimi crollano i confini tra reale e non vero. Quando Liza esce dalla stanza, nuovamente il senso di colpa, si presenta come conto da pagare. "Frammento #3 Stavrogin", interpretato da Alessandro Miele, realizzato anch'esso a Palazzo Paolo V, è l'atto finale. Questa volta gli spettatori non sono da soli ma divisi in gruppi da dieci e la durata dell'incontro aumenta da sette a dieci minuti.Dopo l'attesa in uno dei corridoi del palazzo, le note e la ritmica di "The Passenger", introducono in uno spazio reso claustrofobico da teli di plastica che ricoprono pareti e pavimento. In fondo alla sala un uomo, salta e si dimena a piedi nudi nel fango sversato come rifiuti su una metà del pavimento della stanza. E' Stavrogin. La musica si placa, lui si ferma e con affanno comincia a parlare. E' la confessione finale del protagonista del romanzo (si trova in appendice) e ti sconvolge totalmente. Stavrogin fissa ad uno ad uno gli spettatori, colpendoli con le sue parole, shockandoli con il suo racconto. I tre incontri non possono unirsi tra di loro, sono unici così come le storie dei personaggi. Marija, Liza e Stavrogin sono vivi ma cercare di toccarli è impossibile, sono loro che toccano, pungono, attaccano e colpiscono. Nella decadenza di quest'epoca, il fango nel quale si muove Stavrogin è come sabbie mobili, metafora di una società che inesorabilmente, sta ingoiando ciò che resta di noi. Teatro vero quello proposto da Alessandra Crocco e Alessandro Miele con "Progetto Demoni – Frammenti". Un teatro che ci fa tremare nel silenzio, nel timore di quell'assenza di rumore, che spesso ci mette davanti ai nostri demoni. Esperienza unica, fioritura (forse la più bella e interessante) del componimento "Benevento Città Spettacolo".

calendario

23, 24, 25 novembre ore 21

26 novembre ore 15,30

Ravenna Teatro _ La stagione dei teatri 2017/2018

Vulkano, Via Cella 261 - San Bartolo di Ravenna

21 luglio ore 21

Festival Nessuno Resti Fuori

Matera, Terrazza di Palazzo Lanfranchi

26 giugno ore 22

Napoli Teatro Festival

Napoli, Palazzo Reale - Cortile delle carrozze

23 aprile ore 17

prova aperta al termine della residenza

Kilowatt tutto l'anno

Sansepolcro (AR) - Teatro alla Misericordia

2017

16 settembre

Frammento #1 Marija

17 settembre

Frammento #3 Stavrogin

Attraversamenti multipli 2017

Roma

28 - 29 - 30 aprile

Itinerario rosa - Comune di Lecce

Palazzo Tamborino Cezzi / Rosso Pompeiano

28 aprile dalle 15 alle 22 Frammento #1 - Marija
29 aprile dalle 15 alle 22 Frammento #2 - Liza
30 aprile dalle 19 alle 22 Frammento #3 - Stavrogin

Prenotazione obbligatoria al numero 329 8967998

5-6-7 maggio

Mutaverso Teatro - Salerno

5 maggio dalle 17 all'1
Casa Santangelo, via G. Da Procida 41, Frammento #1 - Marija

6 maggio dalle 17 all'1
Palazzo Conforti, via Tasso 56, Frammento #2 - Liza

7 maggio dalle 21 alle 24
Chiesa di Sant'Apollonia, via San Benedetto, Frammento #3 - Stavrogin

Prenotazione obbligatoria al numero 348 0741007

2016

Santarcangelo Festival internazionale del teatro in piazza

2015

Festival Benevento Città Spettacolo

Wam Festival Faenza – Complesso ex Salesiani e Palazzo Baldi Ghetti

Rassegna Re : act – Palazzo Candiotti e Spazio Zut!, Foligno

2014

Teatro dei Luoghi Fest, Koreja – Palazzo Tamborino Cezzi, Lecce

2013

Festival Segreti d'autore – Palazzo Materazzi, Serramezzana (SA)

Festival Ouverture – Palazzo del Belvedere, San Leucio (CE)

30 gennaio 2016

Rassegna Strade Maestre - Cantieri Teatrali Koreja, Lecce

24 gennaio 2016

Prova aperta al termine della residenza Kilowatt Festival - Teatro alla Misericordia, Sansepolcro (AR)

25 e 26 giungo 2015

E45 Napoli Fringe Festival - Sala Assoli, Napoli

chi siamo

ALESSANDRA CROCCO e ALESSANDRO MIELE sono impegnati dal 2012 nel "Progetto Demoni" che si muove in due direzioni: "Frammenti" per pochi spettatori in luoghi non teatrali e "Fine di un romanzo", spettacolo che ha debuttato a E45 Napoli Fringe Festival 2015.

alessandra crocco

About Us

ALESSANDRA CROCCO è nata nel 1981 a Salerno dove ha iniziato la sua formazione teatrale con Claudio Di Palma e Ruggero Cappuccio. Dopo la Laurea in Lettere Moderne all'Università di Napoli, si è trasferita a Milano per frequentare la Scuola del Teatro Arsenale diretta da Kuniaki Ida e Marina Spreafico. Ha seguito seminari con diversi maestri tra cui Leo De Berardinis, Elena Bucci, Marco Martinelli, Marco Baliani, Claudio Morganti. Nel 2006 è autrice e attrice con la compagnia Fuori Quattro dello spettacolo Chiamiamo a testimoniare il barone di Munchausen, finalista al Premio Scenario Infanzia. Nel 2007 partecipa al Corso di Alta Formazione Progetto Interregionale Teatro, organizzato dai Cantieri Teatrali Koreja a Lecce che si conclude con lo spettacolo Lezioni d'amore – Studio per un Barbablù di Antonio Viganò. Nel 2009 è autrice e interprete di Non ti ho mai tradito, progetto finalista al "Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti". Collabora con i Cantieri Teatrali Koreja come attrice negli spettacoli La parola padre di Gabriele Vacis, Giardini di Plastica, Alice e Il calapranzi (regia di Salvatore Tramacere) e Mangiadisk (regia di Enzo Toma).

alessandro miele

About Us

ALESSANDRO MIELE è nato a Pompei nel 1983. Dopo la scuola di mimo corporeo diretta da Michele Monetta, ha partecipato al corso di formazione Epidemie con il Teatro delle Albe e alla creazione dello spettacolo Salmagundi per la regia di Marco Martinelli (produzione: Ravenna Teatro, Emilia Romagna Teatro Fondazione). Ha seguito seminari diretti da Ermanna Montanari, Fiorenza Menni, Marco Martinelli, Marise Flach, Riccardo Caporossi, Roberto Latini, Roberto Bacci, Claudio Morganti. Nel 2005 è autore e interprete di Sono solo un uomo, testo vincitore del Concorso di Drammaturgia Sportiva indetto dal Festival SportOpera 2005. Nel 2006 è finalista con la compagnia Fuori Quattro al Premio Scenario Infanzia 2006 con lo spettacolo Chiamiamo a testimoniare il Barone di Munchausen. Ha fondato con Consuelo Battiston e Gianni Farina la compagnia Menoventi (Premio Rete Critica 2011, Premio Hystrio-Castel dei Mondi e Premio Lo Straniero 2012), realizzando come co-autore e attore gli spettacoli In festa, Invisibilmente (produzione: Menoventi – Emilia Romagna Teatro Fondazione), Postilla, Perdere la faccia, L'uomo della sabbia (produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival delle Colline Torinesi, Programma Cultura dell'Unione Europea nell'ambito del Progetto Prospero)

laboratori

IL SIGNOR MOCKINPOTT

a cura di Alessandra Crocco e Alessandro Miele / Progetto Demoni

photo Luca Centola

… 10 … 9…
Il punto di partenza di questo laboratorio sarà "Come il signor Mockinpott è liberato dal dolore" di Peter Weiss. L'opera racconta la storia di un povero malcapitato che finisce schiacciato da un'escalation di ingiustizie.

… 8 … 7 … 6 …
Vittima designata dalla società, Mockinpott, senza alcun motivo apparente, viene arrestato, licenziato, tradito e ridotto in miseria. Forse la sua unica colpa è non ribellarsi e tutte le disgrazie che dovrà patire gli serviranno per raggiungere questa rivelazione. Ma quanto durerà la sua tortura prima della tanto attesa illuminazione? Riuscirà a mettere fine alla glorificazione della prepotenza?

… 5 … 4 …
Smetterà di sbattere contro il muro delle ingiustizie e si armerà per abbatterlo?

… 3… 2…
Metteremo la storia del Signor Mockinpott a reazione con le improvvisazioni dei partecipanti al laboratorio e la caleremo nel "futuristico" contesto del dopo Matera 2019 per creare un nuovo testo, tradimento rispettoso dell'originale.

… 1 …
Immagineremo un Mockinpott materano, la notte del 31 dicembre 2019, in strada, pronto a chiudere in bellezza il magnifico anno trascorso. Non sa che, come nelle migliori favole, l'incanto non sopravviverà allo scoccare della mezzanotte e

"egli non potrà sfuggire
nemmeno a uno dei guai
che devono ancora venire"

… 0 !!!
Buon 2020, Signor Mockinpott!

SPETTRI

Laboratorio teatrale promosso dall'associazione Protocaos
Galatone (LE), 22-24 luglio 2016
Per informazioni e iscrizioni protocaos@gmail.com
cell 3389583923

"A proposito. Voi ci credete ai fantasmi?
Vi ho chiesto: credete che i fantasmi esistono?
Si dice che i fantasmi non possono apparire altro che ai malati.
I fantasmi sono dei pezzetti,
dei frammenti di altri mondi,
la loro essenza.
Una persona sana non ha alcuna ragione per vederli.
Ma poi se si ammala un po',
se il normale ordine terreno del suo organismo si turba un po',
comincia subito a manifestarsi la possibilità di un altro mondo."
FEDOR M. DOSTOEVSKIJ,
"DELITTO E CASTIGO"

Questo laboratorio è aperto a tutti quelli che, pur di esplorare altri mondi, siano pronti ad ammalarsi e a scivolare fuori dal loro normale ordine quotidiano. Frammenti di grandi testi ci faranno da guida, trasportandoci in un altrove dove i fantasmi prendono corpo e voce. Sarà un restare sempre sul filo, tra tecnica e assenza di tecnica, presenza e assenza, qui e ora ma anche altrove e in un altro tempo. Riusciremo a comunicare le nostre "visioni e allucinazioni … a un'intera comunità, a un'intera adunanza culturale?" (NIETZSCHE).

TEATRO LAB 2016/2017

Corsi di teatro per adulti e bambini a Spongano

Ripartono per il terzo anno le attività di TEATRO LAB, un progetto a cura di Alessandra Crocco e Alessandro Miele in collaborazione con l'Associazione culturale JUMP IN, gestore del Laboratorio Urbano MADE a Spongano (LE). Sono previsti due corsi di teatro: "WHY NOT?" per adulti e "FACCIAMO FINTA CHE..." per bambini. Martedì 28 settembre 2016 presso l'Ex Mercato coperto di Spongano si terrà l'incontro di prova gratuito per presentare il percorso e iniziare a conoscersi. Appuntamento dalle 16 alle 18 per i bambini e dalle 19 alle 21 per gli adulti.

FACCIAMO FINTA CHE

Corsi di teatro per bambini e adulti a Spongano (LE)

Che cosa si fa al corso di teatro? Si corre, si salta, ci si stende per terra, si cammina a quattro zampe, si urla, si canta, si ride, si abbaia, ci si trasforma in una strega, in un re, in un supereroe. E' un grande gioco per liberare la fantasia, superare la paura, imparare a stare con gli altri. E' un'occasione di crescita che si concluderà con un piccolo spettacolo.

WHY NOT?

Corsi di teatro adulti a Spongano (LE)

C'è chi guarda alle cose come sono e si chiede: "perché?". Io penso a come potrebbero essere e mi chiedo: "perché no?". (ROBERT KENNEDY)

Il corso è rivolto a tutte le persone che abbiano voglia di riscoprire e condividere la propria immaginazione spostandosi dal territorio del conosciuto e del quotidiano. Si partirà dai principi base del teatro per poi addentrarsi in ambiti più specifici ed arrivare alla costruzione di uno spettacolo.